persecuzione-pagani

Un argomento ancora molto poco trattato rispetto ad altri, eppure di un significato così fondante per la storia europea e umana in generale. Circa 1500 anni fa, in un processo durato complessivamente quasi mille anni, in un territorio esteso come un continente, plurime società umane hanno assistito e si sono rese protagoniste di un processo, a tratti sistematico e a tratti casuale, di ‘sostituzione’ e ‘cancellazione’ di intere tradizioni culturali, cultuali, religiose millenarie. Tale argomento si dovrebbe rivelare interessante per qualunque epoca, qualunque studio storico, antropologico, sociologico e filosofico, e ancor più per il nostro tempo. Infatti è fondamentale riflettere sul significato, le cause, i fini che spingono una società, un’élite, una classe, un ceto, un’etnia, a procedere allo sradicamento di determinati costumi, alla proibizione di determinate idee e alla persecuzione del diverso, dell’Altro.

I lavori accademici sul tema non sono pochi ma la portata del processo ancora sfugge ai più. Premettendo che i miei due articoli sul tema, per la vastità di quest’ultimo (che si estende per 10 secoli), non potranno che essere sintetici ed elencativi, tuttavia spero di essere riuscito a raccogliere almeno le informazioni più importanti al riguardo. Cercando di limitarmi alla storia europea ho pensato di principiare ovviamente dalla nostra porta orientis nell’Antichità, la Grecia, ovvero il luogo dove arrivavano le novità culturali dal Mediterraneo Orientale e, di conseguenza, anche le nuove religioni.

GRECIA

La civiltà ellenica fu quella che maggiormente influenzò l’Ebraismo e le varie correnti del Cristianesimo in profondità. Senza l’apporto della filosofia greca le nuove religioni sarebbero mancate di una solida struttura concettuale necessaria per consolidarsi nella società.

L’affermarsi del monoteismo in Grecia non fu affatto facile, per i radicati culti organizzati secolari e per la presenza delle accademie più importanti e influenti del mondo antico. Atene era per gli intellettuali di tutto l’impero il centro culturale del mondo. Giuliano nel IV sec. d.C. ne scrisse un elogio:

« Ma quali fiumi di lacrime ho versato e quali lamenti ho pronunciato quand’ero convocato, tendendo le mie mani alla tua Acropoli e implorando Atena di salvare il suo supplicante e di non abbandonarmi, molti di voi che erano testimoni oculari possono attestare, e la stessa Dea, sopra tutte le altre, è la mia testimone che ho persino implorato la morte dalle sue mani lì ad Atene piuttosto che il mio viaggio dall’imperatore. Che la Dea di conseguenza non tradì il suo supplice né lo abbandonò, è dimostrato dall’evento. Perché dappertutto Lei era la mia guida, e da ogni parte inviava un protettore accanto a me, come gli angeli guardiani di Helios e Selene.»

Ancora nel Tardo Impero si tenevano le Panatenee, i Misteri Eleusini e i culti Neo-Platonici si riunivano per celebrare i loro riti. Nello stesso però i cristiani iniziarono a costruire le loro basiliche e il neoplatonico Marino di Neapoli nella sua Vita Proclii scrive che la dea Atena si manifestò a Proclo avvertendolo della rimozione della sua statua dal Partenone da parte di «coloro che muovono anche l’inamovibile». In effetti, in quegli anni, il Partenone fu convertito in chiesa dalle autorità, così come tanti altri templi, uno dopo l’altro. Entro il 500 d.C. tutti i templi di Atene furono convertiti.

Nelle città, centri di potere culturale, il processo fu più veloce, l’Hephaisteion riuscì a sopravvivere pagano fino alla fine del VI sec. quando le statue degli dei vennero distrutte e divenne una chiesa dedicata a San Giorgio. L’Asklepeion, testimone di un ultimo miracolo di guarigione pagano performato dal neoplatonico Proclo, non riuscì a superare il V sec.. La sua stata fu asportata dai cristiani, il suo abaton, nel quale i malati erano guariti dalla divinità e nel quale si praticava l’enkoimesis (l’incubazione, sogno divino) divennero parti della nuova chiesa. La fontana divenne il fonte battesimale e molte steli furono sfigurate.

Gli ultimi giorni di vita dell’Accademia Platonica dovettero essere malinconici e intensi. L’ultimo scolarca, Damascio, riusciva ad avere ancora molto successo con la scuola presso i giovani e i cristiani non videro di buon occhio tale concorrenza. Per questo, nel 529, l’imperatore d’Oriente Giustiniano I ne decretò la chiusura. Quando essa fu abbandonata fu probabilmente oggetto di razzie e incursioni, dato che gli archeologi ne hanno ritrovato una testa di Atena decapitata e dei bassorilievi di Hermes e il bambino Dioniso sfigurate.

Il grande santuario di Eleusi non sopravvisse all’invasione di Alarico del 396 e successivamente fu saccheggiato, riconvertito in basiliche e i suoi simboli sostituiti. A Corinto l’Asklepeion fu frequentato dai pagani anche dopo la sua distruzione e lì vicino, nella Fontana delle Lampade, una grotta con una sorgente sacra, si ebbe un iniziale mescolamento di pratiche magiche tradizionali e cristiane.

A Delfi, secondo lo storico bizantino Filostorgio, l’imperatore Giuliano mandò il suo dottore, Oribasius, al quale l’oracolo profetizzò la fine del culto. La struttura fu abbandonata e sostituita da attività di commercio e case aristocratiche. A Olimpia l’archeologia ci dice che le gare atletiche continuarono fino al 385 d.C.. Dopo, una chiesa fu costruita nell’ufficio di Fidia e il terreno del tempio divenne proprietà del clero. All’inizio del V sec. Severo, il patriarca di Antiochia, affermò che gli oracoli pagani di Dodone, Delphi, Olympia, Nemea, Epidauro, Istmo, Dafne, Baalbek erano chiusi e silenziosi: i templi erano distrutti e gli idoli ribaltati.

La colossale e magnifica Statua di Zeus a Olimpia, una delle Sette Meraviglie del Mondo, pare che fosse stata portata via a Costantinopoli dal funzionario imperiale Lauso che la aggiunse alla sua collezione (un piccolo souvenir!). Probabilmente andò distrutta nell’incendio, forse doloso, del palazzo (Lausion) nel 475 d.C..

In genere le statue erano fuse se di bronzo, spaccate se di pietra (anche in modo simbolicamente umiliante), spogliate dei gioielli, sfigurate e menomate (molte volte dei genitali). L’intento era di ridicolizzarle, profanarle e dissacrarle. Essere erano la manifestazione materiale dell’errore. Al Tempio di Demetra a Corinto due statue di sacerdotesse furono decapitate e gettate in un pozzo. Altri luoghi di culto, dopo un’attività di centinaia di anni, erano simbolicamente ‘spenti’, fonti venivano ostruite e gli oracoli chiusi.

Concludiamo la parte greca con alcuni versi accorati del poeta tardo-antico Pallada, il quale parla delle distruzioni ordinate dal patriarca e papa della Chiesa Copta Teofilo di Alessandria ai danni dei templi pagani:

«Vidi ad un trivio un bronzo del figlio di Zeus,
Prima menzionato nelle preghiere, adesso gettato via.
Sdegnato, dissi: “Dio di tre lune, che liberi dai mali,
Mai sconfitto, oggi invece stai steso per terra?”
Di notte il dio mi venne accanto e mi disse ridendo:
“Anche se sono un dio, ho imparato ad adeguarmi ai tempi”».

IPAZIA

Aprendo una parentesi e ricollegandosi alla grecità d’Egitto non possiamo non ricordare l’episodio dell’intellettuale Hypatìa attiva ad Alessandria a cavallo tra il IV e il V sec. d.C.. Astronoma, matematica e neoplatonica è forse la figura simbolo del tema di questo articolo e dell’anti-paganesimo, già molto nota al grande pubblico (per il film Agorà del 2009), per cui non mi ci soffermerò molto.

Ella nacque ad Alessandria d’Egitto probabilmente nel 355 d.C.. Figlia di un matematico e astronomo fin da bambina si cimentò nelle scienze e divenne capo della scuola alessandrina già nel 393. Ipazia e i suoi allievi portavano avanti le idee neoplatoniche di Plotino, Porfirio e Giamblico e consideravano la filosofia come la ‘scienza massima’. Nello stesso periodo però, i decreti di Teodosio del 391 d.C., avevano bandito ogni culto pagano dall’impero e il vescovo Teofilo di Alessandria ne approfittò per fare pulito di tutte le antiche religioni. I templi pagani che non furono trasformati in chiese vennero distrutti. Nota fu l’indignazione dei ‘gentili’ per il maestoso Serapeo, (le cui statue erano esposte al pubblico ludibrio), che suscitò una resistenza che divenne violenta contro i cristiani. Ovviamente l’imperatore appoggiò questi ultimi e il tempio cessò di esistere.

Nel 412 divenne vescovo della città Cirillo, il quale abusò del proprio potere ed entrò in conflitto col praefectus augustalis d’Egitto Oreste. Un primo episodio fu quando la comunità ebrea denunciò all’autorità pubblica l’ingerenza di Ierace, seguace di Cirillo, il quale fu fatto arrestare e torturare. In rappresaglia il vescovo fece espellere da Alessandria tutti gli ebrei, confiscare le proprietà e abbattere le sinagoghe. Questo evento scandalizzò molto il prefetto, il quale però aveva le mani legate poiché il clero non poteva essere denunciato se non da membri dello stesso. In aiuto di Cirillo arrivarono i Parabolani, monaci dei monti della Nitria, i quali erano dediti formalmente alla cura dei malati ma de facto una vera e propria polizia politica che faceva il lavoro sporco del vescovo. Arrivarono a tanto da schernire pubblicamente Oreste, al quale arrivò anche una pietra in testa. Quando il prefetto fece giustiziare il colpevole, Cirillo fece passare, agli occhi dell’imperatore, il parabolano come un martire della fede.

I monaci Parabolani

In tutto questo Ipazia si trovò ad essere vista dai cristiani in combutta col prefetto, cosa gravissima se aggiunta a tutto ciò che rappresentava. Riportando le parole di Giovanni di Nikiu, vescovo egiziano di due secoli dopo:

«In quei giorni apparve in Alessandria un filosofo femmina, una pagana chiamata Ipazia, che si dedicò completamente alla magia, agli astrolabi e agli strumenti di musica e che ingannò molte persone con stratagemmi satanici. Il governatore della città l’onorò esageratamente perché lei l’aveva sedotto con le sue arti magiche. Il governatore cessò di frequentare la chiesa come era stato suo costume. Ad eccezione di una volta in circostanze pericolose. E non solo fece questo, ma attrasse molti credenti a lei, ed egli stesso ricevette gli increduli in casa sua»

La filosofa, la strega, era quindi un personaggio da eliminare in tutto e per tutto. Nel marzo del 415 un gruppo di cristiani, guidati dal predicatore Pietro, le tese un’imboscata mentre tornava a casa, la tirò giù dal carro, la portò in una chiesa e la uccisero usando dei cocci. Dopodiché la fecero a pezzi e la bruciarono nel Cinerone.

Esistono più testimonianze dell’omicidio, alcune più pro-Cirillo altre più pro-Ipazia. Dato che si parla di una donna pagana e neoplatonica, riporterò qui il racconto del già menzionato ultimo scolarca dell’Accademia di Atene, Damascio:

«Così accadde che un giorno Cirillo, vescovo della setta di opposizione, passò presso la casa di Ipazia, e vide una grande folla di persone e di cavalli di fronte alla sua porta. Alcuni stavano arrivando, alcuni partendo, ed altri sostavano. Quando lui chiese perché c’era là una tale folla ed il motivo di tutto il clamore, gli fu detto dai seguaci della donna che era la casa di Ipazia la filosofa e che lei stava per salutarli. Quando Cirillo seppe questo fu così colpito dall’invidia che cominciò immediatamente a progettare il suo assassinio e la forma più atroce di assassinio che potesse immaginare. Quando Ipazia uscì dalla sua casa, secondo il suo costume, una folla di uomini spietati e feroci che non temono né la punizione divina né la vendetta umana la attaccò e la tagliò a pezzi, commettendo così un atto oltraggioso e disonorevole contro il loro paese d’origine».

Concludiamo il paragrafo sulla scienziata ancora con alcuni versi di Pallada, dedicati proprio alla stimata filosofa:

«Quando ti vedo mi prostro davanti a te e alle tue parole,
vedendo la casa astrale della Vergine,

infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto
Ipazia sacra, bellezza delle parole,

astro incontaminato della sapiente cultura.»

ROMA

Spostiamoci adesso a Roma e più in generale nell’Europa latina, ossia l’Impero Romano d’Occidente. Come si nota su una tavoletta di defixio gettata alla sorgente di Sulis Minerva (Bath) in Britannia nel IV sec. d.C. che reca varie antitesi come uomo/donna, giovane/vecchio etc. vi è anche gentilis/christianus. Questo ci fa subito immergere in una società in cui la spiritualità era stata spaccata in due. Se vogliamo schematizzare il processo buttiamo giù intanto le date più importanti:

– 384 d.C.. La rimozione dell’Altare della Vittoria in senato

– 392 d.C.. La distruzione del Serapeo ad Alessandria

– 394 d.C.. L’estinzione dell’uso dei geroglifici egizi (con la chiusura dei templi)

– 529 d.C.. Chiusura dell’Accademia di Atene

Come vediamo, nel giro di due secoli, tradizioni millenarie furono bruscamente minate nelle loro fondamenta istituzionali. In effetti il Cristianesimo come unica religione fu il risultato di un lento processo di accentramento del potere spirituale in senso monistico. Il tardo Impero Romano ne fu il veicolo perfetto, poiché andò incarnando sempre più la pulsione verso un centro di dominio assoluto. Gli imperatori romani erano (soprattutto per la pars orientis) ormai divenuti degli esseri divini; culti enoteisti di origine orientale riscuotevano molto successo nelle città, tra le aristocrazie e tra i soldati, come quelli di Serapide, Mitra e Iside. Tra essi vi era anche quello di Cristo, che inizialmente sembrava presentarsi quasi come una setta dell’Ebraismo.

Un curioso episodio descritto da Sant’Agostino nel 400 fu quando Valerio Publicola, un proprietario terriero d’Africa, chiese al vescovo se fosse sano comprare grano benedetto secondo rito pagano, mangiare frutta di alberi adiacenti ad altari pagani, fare il bagno in terme accanto a statue pagane o trovarsi in posti con l’aria intrisa d’incenso cultuale. Questo ci fa capire cosa significasse per l’elite cristiana doversi distinguere e purgare dalle vecchie religioni.

Col tempo i Padri della Chiesa posero sempre più argini al sincretismo del mondo antico. Per Ambrogio e Agostino non si doveva partecipare a banchetti, danze e canzoni tradizionali, i quali divennero ai loro occhi non più celebrazioni pubbliche ma festini depravati. Anche i nomi divini dei giorni della settimana erano divenuti scomodi e sarebbero dovuti essere sostituiti da prima feria, secunda feria, tertia feria, sabbatum, dies dominica, etc.. Quest’ultimo precetto però è stato seguito interamente solo dal Portogallo.

La tolleranza o meno delle tradizioni non cristiane poteva anche dipendere da convenienze economiche. Ad esempio quando Porfirio di Gaza chiedeva con insistenza all’imperatore di poter distruggere i templi della città ma Arcadio gli rispose che non era il caso dati i grandi introiti che la sua popolazione faceva entrare nelle casse dello stato:

«So che la città è piena di idoli, ma mostra devotio nel pagare le tasse e contribuisce a gran parte del tesoro. Se noi terrorizziamo improvvisamente la gente, questa se ne scapperà facendoci perdere ingenti entrate.»

San Nicola, detto anche ‘colui a cui garbava prendere ad accettate le statue’

Ovviamente, con un’onda di cristianizzazione partita dalle elites, dalle istituzioni e per questo più radicato nelle città e tra persone altamente istruite, tutto ciò che rimase fuori da questo processo di ‘neo-civilizzazione’ erano comunità rurali e illetterate. A causa di ciò i gentili non cristiani iniziarono a corrispondere sempre più con i pagani, ossia gli abitanti del pagus: il villaggio. Di tale antica narrazione si sentono ancora oggi gli strascichi nella cultura Occidentale. Dalla letteratura ai film l’aggettivo ‘pagano’, inconsciamente o inconsciamente, fa affiorare nelle menti europee e oltre una sensazione di selvatichezza, primitività, brutalità e indomabilità.

Interessanti sono anche le testimonianze dei gentili i quali osservavano questa strana setta prendere sempre più potere. Ad esempio Libanio, retore siro, che nella sua Oratio pro templis parlava dei monaci che invadevano le campagne:

«Quella tribù vestita di nero che mangia più degli elefanti si aggira per la campagna come un fiume in piena…e, saccheggiando i templi, saccheggiano anche le tenute.»

Un’altra nota menzione, stavolta del poeta Rutilio Namaziano, menziona nel De redito suo sempre dei monaci, questa volta quelli che si insediarono sull’Isola di Capraia. Egli, da buon politeista, si chiede come mai questi uomini scelgono di rifuggire la luce (probabilmente intesa come il mondo terreno, unica vera fonte di felicità per i pagani) e vivere isolati e nascosti dagli altri uomini.

«Procedendo nel mare già si leva Capraia, isola

squallida, piena di uomini che fuggono la luce.

Si chiamano da sé con nome greco, monaci,

volendo vivere soli, senza testimoni.

Per temere i colpi della fortuna, non vogliono i suoi doni:

chi si fa infelice da sé per paura di esserlo?

Che follia insana di cervello sconvolto è questa:

temere il male e non sopportare il bene?

Rinchiusi a darsi pena perpetua di misfatti compiuti,

o a gonfiarsi di nero fiele i tristi visceri.

Così Omero diagnosticò malattia di eccesso di bile

le ansie ipocondriache di Bellerofonte:

colpito infatti dai dardi di un crudele dolore, il giovane

si dice abbia preso in disprezzo il genere umano

In effetti i monaci furono strumenti molto utili per sbrigare i lavori sporchi. Non erano attaccati a nessun preciso territorio, provenivano da ceti popolari e non avevano problemi di immagine come i vescovi ad agire al limite della legalità.

Nell’opera di cristianizzazione non tutte le statue degli dei furono distrutte, poiché quelle che furono risparmiate sopravvissero trasformandosi in elementi decorativi. Proprio con questo loro carattere ornamentale e artistico è lo stesso con cui sono state guardate fino a oggi.

Andiamo comunque a vedere più da vicino le azioni legislative intraprese dagli imperatori cristiani. Dopo la parentesi di Giuliano l’Apostata, sovrani come Graziano e Teodosio si preoccuparono non poco di irrigidire le norme di rettitudine spirituale. Il primo, suggerito da Sant’Ambrogio:

1) Soppresse il titolo di Pontifex Maximus, detenuto anche dall’imperatore

2) Fece rimuovere dalla curia del Senato la statua della Vittoria

3) Privò i collegi sacerdotali e le Vestali delle sovvenzioni e delle immunità pubbliche

Teodosio, da parte sua, emanò degli editti da Milano, Aquileia, Concordia e Costantinopoli in cui in tutto l’impero:

1) Si vietava di condurre sacrifici

2) Si vietava di venerare i Lari col fuoco

3) Si vietava di offrire libagioni ai geni

4) Si vietava di bruciare incenso ai Penati

5) Si vietava di adorare gli idoli e alzare altari di zolle

Arcadio, nel 399 d.C., ordinò di distruggere tutti i templi rurali. Onorio, alla fine della sua vita, proibì i sussidi per i giochi rituali e gli epula sacra, ordinò di rimuovere le statue dai templi, sopprimere le feste e distruggere le are. I pagani, preso atto ormai della situazione, si accinsero a nascondere le immagini e i manufatti degli dei sotto terra, in grotte e spelonche. Nel 435 d.C. Teodosio II emanò una legge:

«Tutti i luoghi sacri, cappelle, templi se ancora ce n’è qualcuno integro, per ordine dei magistrati, comandiamo che sia rifiutato e purificato, con il metterci il segno della veneranda religione cristiana.»

Per la teologia cristiana dell’epoca gli dei, anzi i demoni, erano composti di anima e corpo, e quest’ultimo era l’oggetto fisico che fungeva da contenitore: l’idolo. Per questo le ‘immagini’ andavano tutte bruciate per sbarazzarsi del male. Teodoreto nel 437 scriveva:

«I templi degli dei sono talmente distrutti che non ne rimangono nemmeno le forme e i nostri contemporanei non ne riconoscono più le are. Il materiale, invece, di questi è stato ‘dedicato’, per farci le memorie dei Martiri. Infatti, il Signore Dio nostro introdusse i suoi morti nei templi, invece dei vostri dei che rese inutili e vani; e attribuì i loro onori ad essi. Al posto delle Pandie, delle Diasie, delle Dionisie e di altre vostre feste, si celebrano le solennità di Pietro, di Paolo, di Tommaso, di Sergio, di Marcello, di Leonzio, di Antonia, di Maurizio e di altri Martiri; invece delle antiche e turpi pompe e delle frasi oscene, noi celebriamo modeste festività, senza ubriachezze, senza buffonate ridicole, ma con canti divini, con l’ascolto di sacri discorsi e con preghiere mescolate con lacrime lodevoli»

Analogamente Gregorio Magno sugli anglosassoni:

«Ho molto riflettuto sul problema degli Angli: i templi degli idoli fra quella gente non devono essere distrutti; invece siano distrutti gli idoli che ci sono. Si farà dell’acqua benedetta, si aspergeranno con essa i templi, si costruiranno degli altari, vi si porranno reliquie; perché se i templi sono ben costruiti, è necessario commutarli dal culto dei demoni all’ossequio del vero Dio. Infatti quella gente, non vedendo distruggere i loro templi, deporranno l’errore dal profondo del cuore e riconoscendo e adorando il vero Dio accorreranno in quei luoghi ai quali si erano abituati più familiarmente»

Un numero infinito di templi furono convertiti in chiese. Vi fu generalmente una sovrapposizione di luoghi di culto, una sostituzione di immagini e una semplificazione della varietà storico-religiosa delle varie culture. In Sicilia ad esempio moltissimi templi furono dedicati alla Madonna, sul monte Erice il tempio di Venere divenne la chiesa della Vergine della Neve. La stessa sorte subirono il tempio di Vulcano sull’Etna, il pantheon a Catania etc..

Questa trasmutazione cultuale era ben presente nelle menti di leader intelligenti come Gregorio Magno, che sempre nei confronti degli abitanti della Britannia affermava:

«Essi solevano uccidere molti bovi come sacrificio dei demoni; è dunque necessario per mutare questo loro uso fare una qualche solennità, per esempio nel giorno della Dedicazione (della chiesa) e nel giorno Natalizio dei Santi Martiri le cui reliquie si trovano (in essa), affinché essi possano fare intorno alle stesse chiese che sono state erette nei templi, dei tabernacoli con frasche di alberi e celebrare la solennità con religiosi convivi. Non immolano più animali al diavolo, ma li uccidono per loro nutrimento a lode di Dio e quindi ringraziano il Datore di ogni cosa, dopo essersi saziati. Così riservando a loro alcune gioie esterne possano essere più facilmente capaci di acconsentire alle gioie interiori.»

Nel pontefice vi era in effetti una ragionata gestione antropologica del passaggio di culto:

«È certamente impossibile toglier via da menti indurite tutti i loro errori in un momento. Perché chi tenta di salire un’alta vetta non lo fa saltando, ma a gradi, passo dietro passo.»

Il passaggio, la copertura di tutto il patrimonio storico-culturale precedente fu un’operazione simbolica. Il grande Pantheon di Roma, eretto là dove Romolo fu assunto tra gli dei, divenne Santa Maria ad Martyres. Dunque in quegli anni le cose andavano così, come se oggi si dovessero rimuovere o convertire tutti gli edifici religiosi per sostituirli con un nuovo ‘credo’.

Alcune vite leggendarie di santi, come quella di Giùlio e Giuliano, descrivono la missione di due fratelli che si aggiravano per i paesi di campagna a distruggere are, idoli e templi pagani per costruire sacrari a Cristo e battezzare la gente. Altre, come i martiri dell’Anaunia, raccontano di missionari uccisi dalla popolazione locale per aver tentato di sabotare una processione in onore di Saturno.

Vandalismo cristiano

Tornando alle leggi imperiali, subito dopo Giuliano, l’imperatore Gioviano affermò la sua cristianità e accettò la carica solo se il suo esercito si fosse dichiarato della medesima fede. Analogamente impose la conversione ai governatori provinciali. Teodosio I, anche per reprimere il pensiero eretico interno allo stesso Cristianesimo, promuove l’ortodossia nicena nell’impero. Dal Codex Theodosianus:

«Gli imperatori Graziano, Valentiniano e Teodosio augusti. Editto al popolo della città di Costantinopoli. Tutti i popoli (cunctos populos) che sono retti dalla moderazione della nostra clemenza, vogliamo che restino fedeli a quella religione che la pia tradizione proclama tramandata dal divino apostolo Pietro ai Romani, e che è chiaro che è seguita dal pontefice Damaso e da Pietro, vescovo di Alessandria, uomo di santità apostolica, cioè che crediamo, secondo la disciplina apostolica e la dottrina evangelica, una sola divinità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, sotto una pari maestà e sotto la pia Trinità. Ordiniamo che il nome dei cristiani cattolici abbracci coloro i quali seguono questa legge, mentre gli altri pazzi e insensati, che giudicano opportuno sostenere l’infamia del dogma ereticale e non dare alle loro comunità il nome di chiese, devono essere colpiti dalla punizione, in primo luogo dalla vendetta di Dio e poi anche dal nostro sdegno, che abbiamo assunto dalla volontà celeste»

Anche gli ebrei ci rimettono. Le pene nei loro confronti sono inasprite, in primis per coloro accusati di aver circonciso un cristiano o fatto violenza ad altri ex-ebrei divenuti cristiani. Inoltre gli ebrei ad ecclesias confugientes, ossia che avessero chiesto la protezione ecclesiastica in caso di reati e si fossero convertiti, ricevevano un trattamento privilegiato. Infine Teodosio II, oltre a dover mettere dei paletti alle persecuzioni private condotte dai cristiani nei confronti dei giudei (che fa capire la dimensione del fenomeno), sancì la fine dell’istituto patriarcale e l’impossibilità per un ebreo di comprare uno schiavo cristiano.

Alla luce di tutto questo, se dobbiamo confrontare l’azione persecutoria anti-pagana con quella anti-giudaica, si potrebbe affermare che la prima fu nel lungo periodo più totalizzante e devastante. Se all’Ebraismo fu comunque permesso di ‘esistere’, così non fu al Paganesimo, il quale dovette essere sistematicamente cancellato dal mondo conosciuto.

Nel Nord Italia, un protagonista molto conosciuto per la spinta evangelizzatrice fu Aurelio Ambrogio di Treviri, vescovo di Milano. Egli si trovò al centro della scena in numerosi episodi concernenti la diffusione della vera fede.

Nel 384 il prefetto pagano di Roma, Quinto Aurelio Simmaco, fece richiesta per il ritorno dell’altare della Vittoria in senato. Quest’ultimo fu collocato inizialmente da Augusto e rimosso 300 anni dopo dagli imperatori cristiani. Simmaco fece richiesta all’imperatore del momento, Valentiniano II, il quale però non gli dette ascolto. Ambrogio infatti aveva inviato due lettere a quest’ultimo affermando che un cristiano non poteva permettere a un altare pagano di risiedere nella curia.

Negli stessi anni si diffondeva il problema dell’eresia ariana. Il vescovo milanese si oppose con forza a una legge che lasciava diritto di culto agli ariani, ribadendo con forza che i laici non potevano legiferare in materia di fede. Altro episodio non molto noto di Ambrogio concerne il rogo di una sinagoga di Ar-raqqa in Siria, causato da cristiani istigati dal vescovo locale che si sentiva ‘disturbato’ dalla processione in onore dei martiri Maccabei (tempo prima anche un luogo di culto gnostico Valentiniano fu bruciato). L’imperatore Teodosio diede ordine di ricostruire la sinagoga a spese del responsabile ma Ambrogio, con una lettera in cui si offriva come responsabile (‘perché non esistesse luogo in cui Cristo fosse negato’), lo dissuase.

Tutti questi episodi lasciano capire quanto fosse ormai potente l’influsso del clero sul potere pubblico, lasciando quasi un presagio degli sviluppi dei rapporti tra Chiesa e impero 500 anni dopo.

Prima di concludere apriamo delle piccole parentesi su determinate regioni dell’impero.

Spagna / Hispania

Come già detto uno dei modi per diffamare le altre religioni era quello di recuperare le vecchie e note dicotomie barbarie/civilità, ricchezza/povertà, analfabetismo/alfabetismo, campagna/città etc..

Della situazione in Hispania sappiamo poco ma siamo abbastanza certi che il Paganesimo nella penisola iberica fu molto resistente. Ancora nel VI sec. d.C. si incaricavano vescovi e i signori fondiari dell’opera di evangelizzazione. Le fonti accusano di violenza pagana i bagaudae, movimenti di rivolta rurali e montani diffusi nelle Gallie alla fine dell’impero. Questa specie di brigantaggio si sollevava contro le esazioni delle autorità romane prendendo il controllo di zone sempre più ampie di territorio.

La persecuzione delle religioni tradizionali fu più forte nel sud urbanizzato e maggiormente greco-romanizzato. Martino di Braga si lamentava a metà 500 d.C. del persistere in Galizia dei culti di Nettuno, Lamia, Diana e delle ninfe. Nel Regno Visigoto, testimone Isidoro da Siviglia, i concili erano pieni zeppi di invettive contro vari tipi di magia, divinazione e professioni ormai proibite: augures, sortilegi, divini, mathematici, aruspices, astrologi, vaticinatores, necromantii, hydromantii, geomantii, aeromantii, pyromantii, arioli, divini, incantatores, aruspices, augures, pythonissae, astrologi, sortilegi etc.. Ancora nel IX sec. un arcivescovo di Lione di origine catalana, Agobardo, scrisse una famoso trattato, Contra insulsam vulgi opinionem de grandine et tonitruis, contro quella che ormai era divenuta superstizione popolare ma che in realtà erano gli antichi riti pre-cristiani di controllo del tempo atmosferico.

Grazie al caso spagnolo osserviamo quindi, nel passaggio tra Antichità e Medioevo, non la scomparsa del Paganesimo ma la sua graduale trasformazione nel profondo mondo della superstizione medievale. Concilio dopo concilio (Braga, Toledo) la chiesa visigota metteva fuorilegge tutti i tipi di pratica non cristiane, dagli incantesimi alle pozioni, dalle ricorrenze ai veggenti. Allo stesso modo si confermavano anche le proscrizioni di pratiche già invise alle autorità romane pagane, come l’astrologia. Nelle Leges Visigothorum i pagani erano ricordati con la formula erroris spiritu pleni (persone colme di errore nell’anima). Perciò in Hispania i praticanti e i sacerdoti delle religioni tradizionali erano considerati come fedeli che sbagliavano o maghi e veggenti.

Francia / Gallia

La Gallia Merovingia, poco dopo il crollo dell’impero, fu divisa dallo storico Lemarignier in due. Al nord la gaule monastique e al sud la gaule conciliaire. La prima era una regione meno romanizzata, meno urbanizzata e centro del potere franco. La seconda era una regione molto romanizzata, cittadina e nella quale il clero aveva una più forte presa sul territorio. Entrambi si adoperavano con solerzia nella propagazione della fede e seguendo le parole di Alexander Demandt «Das Christentum wurde jeweils dann zur herrschenden Lehre, wenn es zur Lehre der Herrschenden geworden war», il dominio della nuova fede fu possibile quando essa divenne appannaggio della classe dominante.

Tale periodo era quello delle agiografie, delle passiones, delle storie dei santi e dei martiri della predicazione, solitamente uccisi dal cattivo pagano che voleva costringerli a rifiutare Gesù. Crispino, Crispiano, Quintino, Vittorino, Luciano, tanti sono questi evangelizzatori all’origine della Chiesa Gallicana. In questa regione quindi furono in parte i vescovi e in parte i monaci a occuparsi della ‘conversione’. San Martino di Tours si prodigò non poco per la causa, così come il suo allievo Victricio, vescovo di Rouen.

Olanda e Belgio / Gallia Belgica et Batavia

Lo storico fiammingo Ludo Milis definì la cristianizzazione un processus sans fin, poiché non esiste un vero e proprio momento storico in cui essa si possa dire davvero conclusa. Nella terra di confine dove vivevano i Nervii, i Batavi e i Frisoni, a metà tra culture celtiche e germaniche, la nuova religione arrivò più timidamente prima della caduta dell’impero. Alcuni studiosi credono che la Cristianizzazione da queste parti durò addirittura 600 anni, ossia fino al 1200. Inizialmente si diffusero delle piccole chiese pubbliche o private in legno vicino ai villaggi. La popolazione locale era ancora prevalentemente pagana e anche coloro che già erano cristiani risultavano agli occhi del clero eretici. Ancora nel 600 d.C. Sant’Eligio, vescovo di Tournai, emanava un decreto: «che nessun cristiano visiti templi, pietre, fonti, alberi o incroci per accendervi candele o posizionare offerte». Lo stesso Carlo Magno dovette proibire di seppellire i morti in luoghi che non fossero vicini alle chiese. I racconti agiografici di San Willibrod, San Bonifacio e San Liudger parlano di fana e delubra (luoghi sacri e santuari) sparsi per le terre dei Frisoni ancora nel VII sec., talvolta anche con un idolo all’interno. Alcuino, nella sua Vita Sancti Willebrordi racconta di un tempio romano nell’odierno paese di Domburg e «di un idolo dell’antica superstizione che era stato finalmente distrutto». Un fenomeno curioso fu, soprattutto in quei luoghi più lontani dal cristianissimo Mediterraneo, l’irrigidimento del culto tradizionale in contrapposizione alla nuova invasiva religione. Gli archeologi hanno capito che, in primis in Era Vichinga, la contrapposizione paganesimo-cristianesimo dette vita a una guerra che costrinse in parole povere gli stessi pagani e mostrarsi ‘più pagani’. In un certo senso iniziarono a trasformare il loro approccio religioso sull’esempio dei cristiani, quindi usando simboli forti e univoci e preoccupandosi di separare nettamente la vera fede da quella falsa.

Inghilterra / Britannia

In questa lontana provincia la situazione si evolse in modo particolare. Una prima cristianizzazione fu quella portata avanti dai primi vescovi della Britannia. Tuttavia il processo fu bruscamente interrotto dall’abbandono precoce delle autorità imperiali della regione, la quale fu lasciata in balia dell’invasione di Angli, Juti e Sassoni. Questi popoli dettero nuova vita al Paganesimo e interruppero l’opera di cristianizzazione. Così, più di due secoli dopo, papa Gregorio Magno si impegnò per inviare un esercito di missionari alla corte di Athelbert del Kent (pagano), il quale aveva sposato una principessa merovingia cristiana. Perciò, come accadde nella stragrande maggioranza dei casi, furono le elites a vedere nella conversione religiosa un’opportunità di ascesa sociale e geopolitica. Difatti i regni più forti e influenti erano già tutti a guida cristiana e il Kent da sempre è stata la porta d’accesso alle isole britanniche. Athelbert si convertì al Cristianesimo probabilmente anche per rafforzare i propri rapporti col potere franco. Il re permise agli inviati del papa di usare come base la chiesa di San Martino a Cantwareburh (antico inglese per Canterbury), il luogo che sarebbe divenuto centro della Chiesa Anglicana nel Medioevo. La poca convinzione di tali conversioni si rifletté sul fatto che già il figlio del re, Eadbald, fu un convinto pagano (e affare analogo accadde nel Regno dell’Essex). Nonostante questi ‘ritorni’ alla tradizione sembra che anche questo re, su pressione della seconda moglie (una franca cristiana) e per il mantenimento dei buoni e stretti rapporti commerciali con l’adiacente regno merovingio, si fece infine battezzare. Così, gradualmente, la Chiesa riuscì a infiltrarsi in tutti i piccoli regni britannici. Come detto in precedenza la politica di Gregorio Magno sulla conversione degli anglosassoni fu molto pragmatica. La popolazione sembrava molto restia ad abbandonare i propri dei, perciò il papa incitò il suo esercito di missionari a evitare distruzioni palesi e, al contrario, utilizzare un approccio ‘sostitutivo’ e quasi imitativo. Così inviati ecclesiastici come i vescovi di Londra e Rochester, Mellito e Giusto, principiarono quell’opera di sovrapposizione della nuova religione su luoghi, celebrazioni, riti e ricorrenze in modo da coprire e far dimenticare le usanze precedenti.

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