Ritratto ufficiale di Paoli come Generale dei Corsi di Richard Cosewey (1725 – 1804)

Quando si parla della rivoluzione della Corsica è facile correre ai fatti che hanno visto Pasquale Paoli come protagonista. In realtà l’esperienza paolina è durata poco meno di un quindicennio e rappresenta la seconda e illuminata fase della rivoluzione. 

Emergono molte ombre su questo evento dell’ultima fase della storia moderna, di certo poco curato se non dalla storiografia locale. Ad oggi, infatti, non c’è un accordo, soprattutto tra la storiografia inglese e francese, sulla definizione di tale evento se sia esso “rivoltoso” o “rivoluzionario”. In tale dibattito si scontrano una tradizione francese, tesa a legittimare la propria presenza sull’isola e concentrarsi sul carattere rivoltoso della Corsica del XVIII secolo, e una tradizione localistica animata più o meno da un forte spirito nazionalistico che tende a fare dell’esperienza indipendentista la propria bandiera politica. Va anche ricordato che spesso le vicende della Corsica sono viste in prospettiva della politica del suo figlio più illustre, Napoleone, andando dunque a togliere originalità agli eventi accaduti prima della sua nascita.

Possiamo affermare che la lunga esperienza rivoluzionaria nella Corsica del XVIII secolo, che va dal 1729 al 1769, può essere divisa, per ragioni di studio, in due parti. La prima, dal 1729 al 1755, può essere considerata il tentativo dei notabili corsi di pilotare una serie di rivolte popolari verso una più generale rivoluzione isolana in cui la Corsica prese coscienza di sé; la seconda, dal 1755 al 1769 vide la conduzione illuminata di una rivoluzione divenuta ormai una guerra d’indipendenza combattuta non solo contro Genova ma anche con i suoi alleati europei.

Tutto ebbe inizio ben ventisei anni prima della proclamazione di Paoli a Generale dei corsi, il 27 dicembre 1729 in un villaggio del Bozio, a Bustanico quando il contadino Antonfrancesco Lanfranchi detto Cardone fu minacciato di essere arrestato dall’esattore delle imposte con l’accusa di aver dato per contribuzione fiscale un baiocco ritenuto falso. Il Lanfranchi, al fine di risolvere la disputa, si appellò al giudizio dei compaesani i quali, in un crescendo di voci e folla, costrinsero l’esattore alla fuga. Questo fatto, verosimile più che integralmente reale, ha fatto del Lanfranchi il simbolo della lotta corsa contro gli abusi genovesi. In realtà l’esperienza rivoluzionaria ha cause ben più profonde di un episodio isolato; quella della Corsica, infatti, può essere considerata come la prima di quel ciclo di rivoluzioni che, culminando con la Rivoluzione francese, fecero tramontare definitivamente l’Antico Regime. Come le grandi rivoluzioni di fine Settecento, quella corsa può essere vista come la somma delle jacqueries basso medievali, abbinate all’esplosività del nazionalismo borghese.

Foto della Corsica da Satellite

Nel 1715 Genova aveva imposto la tassa straordinaria dei “due seini”, che doveva essere prelevata per non oltre dieci anni e aveva inoltre vietato il porto d’armi agli abitanti dell’isola (misura presa per prevenire il fenomeno del banditismo). I corsi, ridotti in miseria a causa di una primavera troppo piovosa e di un’estate troppo secca, verificatasi tra il 1728 e il 1729, e dal rinnovo della tassa dei due seini oltre il 1725, cominciarono a far scoppiare focolai di rivolta e moti di protesta anti-genovesi. Genova non capì subito la gravità della situazione e le memorie del governatore Pinelli testimoniano la cecità dei funzionari, sorpresi ed esasperati, dagli avvenimenti in atto. I genovesi si fidavano dell’amicizia dei latifondisti e del clero secolare. Il clero, si ricordi, rifletteva in sé tutte le sfaccettature della società corsa: l’alta gerarchia secolare era ligure e pertanto filo-genovese, mentre il complesso dei sacerdoti e dei monaci degli ordini regolari erano quasi esclusivamente elementi locali e pertanto si schierarono dalla parte dei patrioti. Soprattutto il clero regolare fu massicciamente propenso ad aiutare i rivoluzionari con la raccolta di armi, denaro (raccolto mediante collette), viveri e prestare ricovero nei monasteri. Le cause delle molteplici insurrezioni locali affondavano nell’eccessiva pressione fiscale di Genova: le taglie ingenti e le ingiustificate gabelle sul sale erano sempre meno sopportabili in un contesto economico di grave crisi ciclica. Inoltre, troviamo l’insicurezza generale causata dalle carestie le quali erano sempre peggio gestite dalla Dominante. Si chiedeva anche il ripristino del porto d’armi motivato dalla preoccupazione «di assicurare la propria incolumità e di poter far giustizia da sé». Tuttavia, le proteste corse dei primi anni del Settecento mostrano la divisione del popolo corso giacché le rimostranze verso i provvedimenti del governatore erano condotte separatamente da ogni borgo e non esisteva un fronte di protesta comune; la Corsica era divisa nelle sue tante sfaccettature territoriali e non vi era nemmeno l’ombra del futuro “partito” nazionalista. Si deve perciò sfatare l’immagine tipica della letteratura rivoluzionaria ispirata dal Salvini di una Corsica unanime nelle rivendicazioni, e di una rivoluzione cosciente fin dai suoi arbori: nel 1729 si trattava solo di moti spontanei, accomunati dal rifiuto delle imposte. Quello del 1729 era un movimento dalle coloriture popolari evidenti poiché furono le masse popolari più povere e colpite dalla crisi a sollevarsi per regolare i conti con i notabili, genovesi e corsi che fossero. Era il principio di quella lotta di classe (tipica ottocentesca, se portata in un contesto di economia capitalistica) che si fondava sul comune sentimento di frustrazione economica, aggravato dalla politica agricola di Genova.

Dopo i fatti di Bustanico del dicembre 1729, i moti di rivolta si espansero a macchia d’olio e i villaggi vicini si rifiutarono di pagare le imposte costringendo gli ufficiali genovesi a lasciare Corte. I rivoltosi presero d’assalto i depositi d’armi e cominciarono ad accogliere tra le loro file chiunque si opponesse alla politica genovese (tra cui molti banditi che approfittarono per fare ruberie nelle proprietà private dei notabili corsi). Nel corso del 1730 venne formata una piccola armata di ribelli che riuscì a mettere Bastia sotto assedio per tre giorni, causando le paure dei genovesi e dei corsi delle città, soprattutto dopo gli attacchi a San Fiorenzo, Algajola e Ajaccio in cui vennero date alle fiamme molte proprietà appartenenti ai ricchi notabili delle città. Tuttavia, fu solo nel dicembre del 1730 che i corsi in rivolta riuscirono ad eleggere tre capi che rispecchiassero i “tre Stati” della società corsa (popolare, borghese e feudale della Corsica del XVIII secolo): Luigi Giafferi, per i notabili d’origine popolare; Andrea Ceccaldi Colonna, di Vescovato, per i nobili; Marc’Aurelio Raffaelli, d’Orezza, per il clero. Questi non misero in dubbio la sovranità genovese e non parlarono mai d’indipendenza, ma chiesero semplicemente che Genova accettasse le rimostranze del popolo corso, ossia la  riduzione della taglia a 20 soldi, la soppressione della tassa dei “due seini e il ristabilimento del porto d’armi; i nobili, che avevano nostalgia di un passato feudale, chiedevano il ripristino del titolo di Baroni del Regno, della primogenitura e di altre prerogative feudali; la classe proto-borghese avanzava invece richieste più concrete, intenzionata com’era ad ottenere l’accesso alle cariche di responsabilità nell’amministrazione, nell’esercito, nella magistratura e nel clero; infine i proprietari terrieri richiedevano di far ripartire la macchina agricola corsa mediante la riduzione delle tasse, la fine del monopolio dei mercanti genovesi e del protezionismo di Genova.

Stabilire quando si ebbe la definitiva rottura dei rapporti con la Lanterna è impresa alquanto ardua. È probabile che il punto di non ritorno con Genova si ebbe quando, in seguito alla presa di Bastia del 1730, il nuovo governatore Veneroso fece esporre sulle mura della città il corpo del bandito Fabio Vinciguerra e mise a ferro e fuoco Vico e Furiani, villaggi cardine della ribellione. Ciò scatenò l’ira dei ribelli che riattaccarono Bastia dove intanto era scoppiato il panico e molti ricchi commercianti si rifugiarono in Italia. Il successore di Veneroso, aiutato dal vescovo di Mariana, ottenne una tregua di quattro anni, concedendo la diminuzione delle imposte. Tale tregua però non calmò gli animi dei corsi che in realtà avevano preso coscienza della loro forza e preparavano un nuovo attacco (stavolta supportato da una più marcata coordinazione tra i rivoluzionari guidati dai tre leader eletti nel dicembre 1730). 

Nell’aprile del 1731 si aprì una nuova Consulta al Convento di Orezza, presieduta dal canonico Orticoni che era propenso a interrompere gli scontri con Genova e tentare una mediazione. I capi militari se da un lato giocarono la carta delle negoziazioni dall’altro cercarono degli alleati in Italia e presso le grandi potenze europee, preparando l’estensione militare del movimento anti-genovese. Giafferi si recò a Livorno per perorare la causa dei ribelli, mentre il canonico Orticoni partì per Roma per sollecitare l’intervento del papa Clemente XII. Orticoni si rivolse anche all’infante don Carlos (futuro re di Napoli e di Sicilia), al Granduca di Toscana ed al Re Filippo V. Quest’ultimo promise anche un intervento diretto, ma il gioco diplomatico internazionale non permise mai al re di Spagna d’intervenire direttamente negli affari di Corsica.

– Vito Nardulli

Bibliografia

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