Battaglia di Ponte Novo, 8-9 maggio 1839
Battaglia di Ponte Novo, 8-9 maggio 1769 (immagine di pubblico dominio)

Il dominio della Repubblica di Genova non fu mai apprezzato dalla popolazione corsa, che anzi aspettò sempre l’occasione propizia per svincolarsi da un padrone divenuto nei secoli sempre più tiranno. Le rivolte che si succedettero nella storia dell’isola, pur vantando un passato tra il glorioso e il leggendario, non riuscirono mai a portare ad una reale liberazione dell’isola perché mancavano di una reale giustificazione della volontà di indipendenza.

A tal proposito nel 1758, nel pieno della rivoluzione corsa, Gregorio Salvini, amico di Pasquale Paoli, pubblicò a Corte un testo intitolato Giustificazione della rivoluzione di Corsica e della ferma risoluzione presa da corsi di mai più sottomettersi al dominio di Genova. Questo scritto fu il punto di arrivo di una lunga discussione interna tra i capi insorti ed ecclesiastici patrioti, tra padri e figli, quando ormai si apriva una nuova e conclusiva fase della rivoluzione. Già dal titolo è possibile capire che si è davanti ad un’opera non del tutto imparziale e soprattutto frutto di un’attenta analisi, nonché rielaborazione complessiva degli scritti disordinati della prima generazione di rivoluzionari, i quali furono utili a Salvini per costruire le sue tesi volte a giustificare una rivoluzione che, in effetti, non sempre poteva essere giustificata. Le Giustificazioni di Salvini sembrano totalmente in linea con la politica illuminata di Paoli e, proprio per questo, potrebbero essere il risultato di un lungo lavoro, preparato forse anche prima dello sbarco di Pasquale Paoli sull’isola, teso a motivare, non solo la rivoluzione di Corsica, ma anche le ragioni della nomina di Paoli a generale, contro le spinte autonomiste del clan di Emanuele Matra. Proprio in quegli anni, dopo la nomina di Paoli a generale dei corsi, un gruppo di clan, stretti attorno ad Emanuele Matra di Aleria, mossero guerra ai paolisti nel tentativo di sottrargli il potere. La rivolta ebbe tutto l’aspetto di una guerra civile e mai fu sanata poiché, anche dopo la morte di Matra nella battaglia di Bozio (1757), i clan di Aleria continuarono a restare fedeli ai Matra e a rifiutare la sottomissione al governo di Corte prestando, in qualche caso, sostegno ai genovesi Comunque, dal 1758 in avanti, l’opera di Salvini divenne la base su cui si costruì la propaganda isolana e ciò è confermato dal fatto che due anni dopo la sua pubblicazione a Corte, fu stampato lo stesso testo tradotto in francese con un titolo leggermente modificato, ovvero Memoire apologétique au sujet de la dernière révolution de l’isle de Corse, il quale fu a sua volta tradotto in italiano nello stesso anno. La versione italiana, nella presentazione, mostra tutto l’intento propagandistico del testo: «Di tutti i popoli d’Europa gl’isolani di Corsica sono i soli che siano nati per essere continuamente infelici. Si trascorrano tutti i secoli e si vedrà il dispotismo e l’anarchia opprimere a vicenda que’ popoli sventurati».

Il fatto che Genova opprimesse i corsi però non vuol dire che tutti i corsi fossero in contrasto con la sua politica, infatti, se Salvini nelle sue Giustificazioni vuol presentare un popolo unito contro il nemico comune, Venturi ricorda come alcuni aspetti della rivoluzione del 1729-1769 mostrino un popolo tutt’altro che unito, e la rivolta di Matra contro il generale Paoli ne è un chiaro esempio. Ad opporsi continuamente ad ogni tentativo di penetrazione straniera, era soprattutto la Corsica “montanara”, perché l’economia portuale-mercantile delle città della costa era favorita rispetto a quella agricolo-pastorale tipica della montagna. Lo scontro dei corsi fu dunque scontro dei corsi contro Genova ed al contempo scontro dei corsi dell’entroterra contro i corsi della costa che, invece, avendo tutto da guadagnare con una politica genovese favorevole, restarono fedelmente schierati al fianco della Dominante.

1. Un precedente storico

Salvini aprì la sua trattazione con una ricca e dettagliata digressione storica sulla Corsica, cercando di guardare all’indietro nel vano, e forse disperato tentativo di trovare un passato che potesse essere d’aiuto alla rivoluzione, ovvero doveva dimostrare l’esistenza di un passato in cui la Corsica era stata indipendente e libera da ogni influenza straniera. Per questa ragione Salvini caricò le vicende corse ed i suoi leader di un fascino antico, quasi “archeologico”: l’intera vicenda rivoluzionaria fu letta in chiave mitologico-tragica dove i corsi erano la luce della libertà che si batteva contro le forze della tirannide oscurantista; Genova venne caricata di ogni male mentre gli eroi corsi si trovarono elevati al rango di eroi classici. In questo clima, pieno di storia e mitologia antica, Pasquale Paoli fu dipinto come un moderno Epaminondaalla guida dei tebani nella loro guerra contro la dominazione spartana. Tuttavia, rimaneva fondamentale trovare, oltre questo classicismo, una giustificazione reale e concreta ad una rivoluzione che sembrava essere giunta a maturazione, collegando così le glorie degli eroi classici a quelli dei moderni rivoluzionari.Vi era una gran distanza tra la realtà, il mito e l’ispirazione che questo poteva fornire, infatti sia Paoli che Salvini si resero conto subito che al di là di un passato mitologico, la Corsica era priva di un vissuto indipendente che potesse essere provato storicamente. Guerre, carestie, rivolte, interventi stranieri e tirannie si susseguirono continuamente sull’isola, ma la Corsica fu da sempre sotto un dominatore straniero. Le rivolte indicavano solo un fermento, ma non furono mai seguite da dichiarazioni di indipendenza. La cultura corsa era quella italiana, senza caratteristiche marcatamente originali, la lingua con cui scrivevano Paoli e Salvini era del resto l’italiano e nelle loro lettere mancava totalmente un qualsiasi richiamo alla lingua corsa.

Dunque, la Corsica si scopriva senza un passato che dimostrasse la sua indipendenza, senza una tradizione storica sua propria, non vi era mai stata una “patria corsa”, né una “nazione corsa”, né un monumento o una lingua fluentemente parlata. Nazione, patria e libertà echeggiarono solo come un programma da realizzare nel futuro; la rivoluzione di Paoli fu destinata a cadere ed essere attratta dal mondo francese e solo allora si rese possibile pensare ad un’originalità sul piano del folklore. Quella di Paoli si scoprì essere una rivoluzione del tutto nuova, che rompeva con la tradizionale storia isolana fatta di domini stranieri secolari, era un evento senza precedenti: era la prima volta che la Corsica si pensava indipendente.

2. La questione nobiliare
Una delle accuse più gravi che Salvini rivolse a Genova fu quella di aver osteggiato e distrutto la nobiltà corsa: «[Genova] ha troncato la testa a tutti i papaveri di questo regno, vale a dire ha annientato tutti i feudi, ha spogliato tutti i feudatari dei loro diritti, privilegi e prerogative, ha abbattuto le famiglie più cospicue di Corsica, ha avvilito e confuso la nobiltà col popolo minuto…». Qui le accuse di Salvini non sono del tutto infondate; in effetti i genovesi avevano tutto l’interesse nel distruggere la nobiltà isolana per impedire la formazione di un ceto che potesse mettersi a capo della rivoluzione e, successivamente, guidare uno stato indipendente.

Per risolvere questo problema la penna di Salvini corse dunque a cercare le fondamenta di un’antica nobiltà corsa che, a suo dire, era stata molto potente sull’isola. Tuttavia, tale nobiltà fu ricercata in un momento storico di massima incertezza dal punto di vista delle fonti documentarie: quello della dominazione pisana.Per l’autore delle Giustificazioni, infatti, era esistito un tempo in cui la nobiltà corsa, pur restando fedele a Pisa, aveva il potere in politica interna di presiedere alle sentenze dei tribunali locali e interagire personalmente col governo pisano in materia legislativa e in politica estera di stipulare alleanze militari e commerciali con potenze terze, purché non fosse stata lesa l’autorità pisana. Tuttavia, stabilire con certezza l’entità ed il ruolo della nobiltà corsa sotto Pisa è impresa alquanto ardua e nulla toglie che la mano di Salvini abbia esagerato nel trattare l’argomento, volendo contrappore, a scopo propagandistico, un’“età dell’oro pisana” ad un’”età buia genovese”.

Salvini continuò la sua trattazione asserendo che i nobili isolani furono ridotti progressivamente alla povertà dalla politica economica genovese e, passo dopo passo, vennero «privati di difendere il loro onore da quando Genova proibì l’uso dei titoli nobiliari per i corsi». Si andò allora sognando il ritorno di una libera e potente nobiltà isolana dove il «sogno lontano di gloria [e] d’indipendenza, poteva servire insieme d’arma polemica contro i genovesi». Nel periodo appena precedente allo sbarco di Paoli, si ebbe un’esplosione di rivendicazioni nobiliari (del resto sapientemente concesse dallo stesso per riuscire nell’impresa di crearsi una corte personale sull’isola), poiché la volontà aristocratica esprimeva «l’aspirazione a trovare quelle garanzie e quegli sbocchi che la Serenissima negava a tutti gli isolani». Nonostante l’incremento di queste passioni nobiliari, il fatto che il generale dei Corsi si chiamasse Paoli e non “de Paoli” come aveva preso a farsi chiamare dopo la sua presa del potere, restava l’emblema di una generale nostalgia nobiliare dei leader più influenti della rivoluzione i quali, seppur mai erano stati nobili, ci tenevano ad essere riconosciuti come tali nella prospettiva della fondazione di uno stato libero e sovrano, con una propria costituzione ed un proprio ceto dominante.

Ritratto di Pasquale Paoli di William Beechey (1753-1839)

– Vito Nardulli

Bibliografia

A.A., Memoria apologetica sull’ultima rivoluzione dell’isola di Corsica, 1760.

J. BOSWELL, An Account of Corsica, London, Edward and Charles Dilly, 1768.

F. DAL PASSO, Il Mediterraneo dei Lumi. Corsica e democrazia nella stagione delle rivoluzioni, Napoli, Bibliopolis.

G.M. NATALI, Disinganno intorno alla guerra di Corsica scoperto da Curzio Tulliano còrso ad un suo amico dimorante nell’isola, Bastia, 1736.

P. PAOLI, Correspondance II, a cura di A. M. Graziani e C. Bitossi, Ajaccio, Editions Alain Piazzola, 2005.

G. SALVINI, La Giustificazione della Rivoluzione di Corsica e della ferma risoluzione presa da’ Corsi di mai più sottomettersi al dominio di Genova, Napoli, 1758.

P.A. THRASHER, Pasquale Paoli. An Enlightened Hero (1725-1807), Londra, Constable, 1970.

F. VENTURI, La rivoluzione di Corsica, le grandi carestie degli anni Sessanta, la Lombardia delle riforme, 1764-1790, Torino, Einaudi, 1995 (10. rist.).

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