Questo è il primo di una serie di articoli incentrati sulla figura di mons. Marcel Lefebvre (1905-1991). Primo arcivescovo di Dakar, strenuo difensore della tradizione cattolica, in opposizione alle riforme introdotte dal Concilio Vaticano II. In questo primo articolo analizzeremo la sua vita, dall’infanzia allo scisma.

1. Dall’infanzia al Concilio Vaticano II.

Marcel Lefebvre era nato nel 1905 a Tourcoing, da una famiglia borghese particolarmente devota. In questa regione della Francia settentrionale era molto forte la concorrenza dei militanti socialisti e comunisti, notoriamente anticlericali.

Dal 1923 al 1930 il futuro vescovo aveva frequentato il seminario francese tenuto dai Padri dello Spirito Santo: furono anni assai formativi per Lefebvre. Conseguì la laurea in filosofia e teologia all’Università Gregoriana. Particolarmente influente per il giovane seminarista fu l’insegnamento del p. Le Floch e del card. Billot, di fama tradizionalista il primo, particolarmente attaccato alla filosofia tomista il secondo, entrambi legati all’Action Française di Maurras. Lefebvre si trovò dunque nel bel mezzo della crisi che nel 1926 portò alla condanna del movimento da parte di Pio XI. Il Pontefice non criticava il movimento in sé, quanto piuttosto la sensazione che i sostenitori di Maurras, nel porre al primo posto la politica («politique d’abord») si servissero della Chiesa invece di servirla. Infatti il papa, impegnato a riunire tutte le forze intorno all’Azione Cattolica, non poteva che stigmatizzare un movimento con a capo un laico agnostico. Le Floch e Billot, seguaci di Maurras, vennero dunque travolti dagli eventi successivi alla condanna dell’Action Française: il primo venne allontanato da Roma, il secondo costretto a dare le dimissioni.

Nel 1931, dopo l’ordinazione sacerdotale, Lefebvre decise di entrare come novizio nell’ordine dei Padri dello Spirito Santo. Dal 1932 al 1945 fu docente e poi direttore del seminario di Libreville: probabilmente le sue doti organizzative e di insegnamento – più volte rilevate – furono alla base della scelta di fondare un seminario.

A partire dal 1947 venne inviato da Pio XII in Africa in qualità di vicario apostolico a Dakar; nel settembre dello stesso anno fu consacrato vescovo a quarantadue anni. Dal 1948 al 1959 fu delegato apostolico per tutta l’area francofona e dal 1955 primo arcivescovo di Dakar. Gli anni trascorsi in Africa rivelarono i talenti organizzativi di Lefebvre e il suo zelo: fece costruire chiese e scuole religiose, promosse l’africanizzazione del clero. Favorevole alla creazione di un clero indigeno, l’arcivescovo espresse pareri contrari rispetto al processo di decolonizzazione in corso, così nel 1962 fu costretto a dare le dimissioni e tornare a Roma. Nello stesso anno fu eletto a grande maggioranza superiore generale dell’Ordine dei Padri dello Spirito Santo.

Fu in qualità di superiore generale che Lefebvre partecipò ai lavori del Concilio Vaticano II. Giunse a Roma con il suo teologo di fiducia, il canonico V. A. Berto e fu scelto da Giovanni XXIII per far parte della commissione centrale che coordinava la preparazione del concilio. Fin da subito Lefebvre si schierò con quella parte di padri conciliari ostili all’indirizzo espresso dal Pontefice, anche se solo a partire dalla seconda sessione cominciò a manifestare insofferenza e ad esporre critiche sempre più serrate ai temi che saranno poi alla base del rifiuto: la collegialità episcopale, la libertà religiosa, l’ecumenismo. Al termine dei lavori Lefevbre sottoscrisse quasi tutti i documenti, anche quello sulla riforma liturgica.

2. Il rifiuto e la fondazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X.

Oltrepassati i sessant’anni di età Lefebvre fondò la Fraternità San Pio X. Già dal 1968 – anno nel quale si era dimesso dalla carica di superiore generale dei Padri dello Spirito Santo – aveva inviato alcuni seminaristi francesi, in disaccordo con gli orientamenti dell’episcopato, a Friburgo in Svizzera. Nel 1970 alcuni laici misero a sua disposizione una casa di loro proprietà situata ad Ecône, l’anno successivo venne creato un corpo docenti composto da nove insegnati ed i seminaristi cominciarono la loro formazione all’interno della Fraternità Sacerdotale. I futuri sacerdoti vi conducevano una vita monastica, la base dell’insegnamento era costituita dalla filosofia tomista.

Il vescovo di Friburgo accordò la propria autorizzazione, conferendo dunque il riconoscimento ufficiale della Chiesa cattolica alla Fraternità Sacerdotale San Pio X. Rimaneva però ancora una limitazione: la nuova Fraternità non poteva incardinare sacerdoti, in quanto solo una società di diritto pontificio è abilitata a farlo.

Nel 1972 Lefebvre pronunciò a Rennes un’allocuzione nella quale rendeva pubblici convincimenti che fino ad allora aveva espresso solo privatamente. Dell’attuale crisi della Chiesa era, secondo lui, responsabile il Concilio Vaticano II perché esso costituiva una rottura con i precedenti concili e con il magistero della Chiesa. Nel 1965 la Chiesa aveva accolto tutti quei principi – liberalismo, modernismo, democrazia – in precedenza considerati inaccettabili. Il tutto era presentato come il frutto di un’occulta manovra, un colpo di mano in preparazione da molto tempo prima dell’inizio dei lavori. L’ipotesi del complotto forniva anche una spiegazione giuridica alla dissidenza: infatti il concilio era stato regolarmente convocato e tutte le riforme approvate dal Pontefice, dunque affermare che tutta l’assise era stata preparata per scardinare dall’interno le strutture della Chiesa era una buona ragione per non accettarne i risultati.

Nel 1974 Paolo VI nominò una commissione incaricata di occuparsi della Fraternità e alcuni vescovi vennero inviati ad Ecône. Nel novembre dello stesso anno, Lefebvre diffuse una dichiarazione sotto forma di professione di fede (pubblicata su «Itinéraires» l’anno successivo)nella quale era evidente ed esplicito il suo rifiuto del Concilio e veementi gli attacchi contro il Novus Ordo Missae (1969).

Si aprì a quel punto una crisi con la Santa Sede, costellata di accuse, inviti al dialogo, parziali riconciliazioni. Nel 1976, contrariamente al protocollo previsto dal tipo di riconoscimento ottenuto dalla Fraternità Sacerdotale, Lefebvre consacrò oltre venti sacerdoti, questo gesto gli costerà la sospensione a divinis.

Dopo la morte di Paolo VI e l’elezione di Giovanni Paolo II si riaprirono i i colloqui tra le due parti. Inizialmente Wojtyla fu ben accolto tra i tradizionalisti e, dal canto suo, il papa polacco con la proclamazione dell’indulto per la celebrazione della messa in latino cercò di venire incontro alle loro richieste. Tuttavia la frattura tra la Santa Sede e la Fraternità non si ricompose, i compromessi fallirono e nel 1988 Lefebvre fu scomunicato. La morte lo colse nel 1991 e, secondo quanto riferito da «L’Osservatore Romano»,il papa sperò fino all’ultimo in un suo ravvedimento, nel caso il card. Oddi era pronto a recarsi da lui per assolverlo dalla scomunica. Per parte sua Lefebvre chiese di ricevere gli ultimi sacramenti da un sacerdote della Fraternità da lui fondata.

Bibliografia essenziale.

G. Miccoli, La Chiesa dell’Anticoncilio. I tradizionalisti alla riconquista di Roma, Laterza, Roma-Bari, 2011.

L. Perrin; Il caso Lefebvre, a cura di D. Menozzi, Marietti, Genova 1991. (L’affaire Lefebvre, Les Editions du Cerf, Paris 1989).

D. Menozzi, L’Anticoncilio, in Il Vaticano II e la Chiesa, a cura di G, Alberigo; J. P. Jossua, Paideia, Brescia 1985, pp. 433-464.

Sofia Mazzetti.

In foto: Mons. Marcel Lefebvre

(Antonisse, Marcel / Anefo – [1] Dutch National Archives, The Hague, Fotocollectie Algemeen Nederlands Persbureau (ANEFO), 1945-1989, Nummer toegang 2.24.01.05 Bestanddeelnummer 931-5928).

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