faida-cronache-fiorentine

Uno dei dibattiti più importanti della storiografia medievalista è quello concernente l’interpretazione sociale del processo di faida. In altri termini, a seconda delle chiavi di lettura (e qui sorge la grave domanda: le chiavi d’interpretazione dell’umano sapere sono fabbricate in base alla forma della storia, o la storia è fabbricata in base alla forma delle chiavi d’interpretazione) utilizzate, è possibile orientarsi in diverse direzioni. Una, nella quale la faida è espressione del potere, della violenza e delle tendenze oppressive della classe aristocratica, un’altra, in cui essa è un costume trasversale a tutti i ceti, presente nella cultura di una società a tutti i livelli in modo ‘essenziale’.

Ma andiamo subito a vedere cosa ci dicono al riguardo le principali fonti cronachistiche fiorentine di fine Dugento.


Un primo metodo per esaminare il racconto di faida è quello trovare nei testi i passi in cui si menzionano le inimicizie, e mettere in evidenza le sfumature morali o ‘moralistiche’ che si celano dietro i giudizi sulla violenza, l’onore e la giustizia. È lecito chiedersi in prima istanza dove e se ci sono dei luoghi nelle fonti nei quali si attribuisce un connotato negativo alla faida. A tale scopo è emblematico il passo riportato da Villani concernente la figura di Giano della Bella, il ‘grande popolano’ che fu podestà di Firenze nel 1294. Secondo l’autore egli ebbe il merito di essere il promotore degli Ordinamenti di Giustizia e aver preso provvedimenti per contrastare i poteri dei magnati. Il giudizio sul suo operato fornisce già molti elementi importanti della narrativa popolana: «però ch’egli era il più leale e diritto popolano e amatore del bene comune che uomo di Firenze». Da qui possiamo estrarre tre elementi ricorrenti e frequentemente accostati: il ‘popolo’, il ‘bene comune’ e la ‘cittadinanza’. L’individuo che riceve il potere di rappresentare la città, favorisce il ceto più ‘debole’ e lo fa nell’interesse non di un gruppo specifico ma della collettività nel suo complesso, incarna le qualità del buon governante. Il fallimento di Giano è spiegabile con il suo peccare di presunzione e alla sua brama di vendetta. Infatti sembra che avesse utilizzato il suo potere per intraprendere delle faide personali, attirandosi così la punizione del divino. Quest’ultima si concretizzò nella condanna subita, tramite leggi promulgate da lui stesso, da parte di «non giusti». Ancor più emblematico è il racconto del Compagni che, a mio parere, appare come fonte cardinale nella costruzione interpretativa successiva dei conflitti e dei risvolti politici della Firenze di fine Duecento.

Nella Cronica si legge delle angherie dei milites alle quali si cercava di porre rimedi decisi, come ad esempio la creazione nel 1282 del Priorato delle Arti. L’autore afferma di aver contribuito, assieme ad altri cinque, all’istituzione di tre capi delle Arti, i quali avrebbero aiutato «mercatanti e artieri dove bisognasse». Egli rammenta la propria giovanile purità d’animo e l’intento di questa nuova organizzazione di tutelare i deboli contro i forti e i poveri contro i ricchi. In modo analogo Compagni riporta il periodico emergere di ‘coalizioni anti-popolane’ tra le famiglie nobili, come quella proposta dagli Spini agli Scali, dai Buondelmonti ai Gherardini, dai Bardi ai Mozzi etc. In tali discorsi si esortava all’unità dei Guelfi, ai vincoli di parentela e alle catene che il popolo teneva avvinte al collo delle famiglie nobili. Il vigoroso incitamento alla coesione aristocratica è espresso nel testo con parole lapidarie: «Mercé per Dio, siamo una cosa, come noi dovemo essere!». Una simile esortazione la troviamo nel passo su Giano della Bella, laddove i Grandi, riunendosi a consiglio in San Jacopo Oltrarno, decisero di far fuori il podestà. Uno di essi, Berto Frescobaldi, rivolgendosi agli altri milites, sentenziò: «io consiglio che usciamo da questa servitù; prendiam l’arme, e corriamo sulla Piazza; uccidiamo amici e nimici, di popoli, quanti noi ne troviamo, sì che già mai noi né nostri figliuoli non siano da loro soggiogati».

Il manifestarsi di questa netta dicotomia tra nobili e non nobili sembra avere una riflessione anche nei provvedimenti successivi che il neonato governo di Popolo prese ai danni dei Grandi. Ad esempio, in seguito alle crescenti tensioni tra Cerchi e Donati, il fallimento del tentativo di pacificazione del legato papale Matteo d’Acquasparta, il pestaggio dei consoli la vigilia di San Giovanni da parte di alcuni Grandi, i Priori delle Arti, consigliandosi con alcuni cittadini tra i quali Compagni, decisero di bandire un certo numero di Neri e Bianchi. La reticenza dei grandi a percorrere vie ‘ufficiali’ era osservabile nel comportamento dei Cerchi nel momento in cui, dopo aver subito l’offesa da parte di un masnadiere dei Donati, celarono il nome del colpevole al fine di vendicarsi. Al contrario i popolani emergono molte volte come saggi ed equilibrati consiglieri, seguaci della giustizia e promotori del bene collettivo. Nella congiura contro Giano della Bella dei «falsi popolani» lo convinsero a promulgare delle leggi apparentemente giuste ma che lo avrebbero solo reso inviso al popolo. Compagni, che scrive di aver lui stesso informato Giano dell’inganno, dice che volevano farlo «nimico del popolo e degli artefici» e i ‘non colpevoli’, ovvero la parte del consiglio non congiurata, vollero saggiamente esaminare i fatti. Ciononostante il podestà, come abbiamo già detto «più ardito che savio» si abbandonò alla collera e proseguì con le promulgazioni. In questo passo traspaiono in modo esplicito le qualità del carattere popolano, ossia una rettitudine espressa nell’incolpevolezza, onestà e moderazione, in contrasto con quelli dei ‘finti popolani’, subdoli ed egoisti. Solo l’ingenuità di Giano lo avrebbe portato sulla via sbagliata. In un ulteriore intervento dell’autore nella storia, stavolta in prima persona, si ha il dialogo tra vari attori della scena politica, i Guelfi Neri, i popolani mediatori come Compagni, i Priori delle Arti e i Guelfi Bianchi. I primi si riunirono a consiglio, poiché desiderosi di vendicarsi scacciando i Cerchi dalla città. L’autore dice di trovarsi per caso al consiglio e di essere intervenuto vigorosamente: «signori, perché volete voi confondere e disfare una così buona città? Contro a chi volete pugnare? Contro a’ vostri fratelli? Che vettoria arete? Non altro che pianto». Dopo l’arringa egli si recò insieme a Lapo di Guazza Ulivieri, «buono e leale popolano», dai Priori per conciliare le parti e «con parole dolci» li rasserenarono. Nonostante il priorato fosse in quel momento oggetto di forti pressioni dei Bianchi miranti a far punire gli avversari, i quali si erano riuniti contro gli Ordinamenti di Giustizia, esso deliberò di dirimere la questione e rendere nulla qualunque decisione presa dal consiglio dei Neri. La brama di violenza dei nobili emerse anche nell’esito fallimentare dell’ennesima pace tentata da un cardinale, questa volta Niccolò da Prato, tra le parti. Nel 1304 egli, per la gioia del popolo, fece rientrare Bianchi e Ghibellini in città, i quali erano pronti a fare molte concessioni all’altra parte pur di raggiungere un accordo. Tuttavia i «Neri non aveano voglia di pace», la tensione tornò ad aumentare e i fuoriusciti furono costretti, insieme al cardinale, a lasciare nuovamente Firenze.

Inoltre non ci facciamo un’impressione migliore della vendetta se pensiamo al tentativo di insabbiamento tentato da Paolo Velluti, trascrittore cinquecentesco della cronaca di Donato, dei passi concernenti la vendetta di famiglia sui Mannelli. Isidoro del Lungo riporta in nota che le pagine dell’apografo di Paolo furono cancellate dalla cronaca e furono da lui faticosamente recuperate sotto i freghi. Lo studioso potrebbe chiedersi se questa damnatio memoriae fosse mirata a rimuovere un evento imbarazzante dalla memoria familiare e, anche trattandosi di due secoli più tardi, la vendetta costituisse un atto talmente vergognoso da non essere degno di essere ricordato. Allo stesso modo, il severissimo divieto di vendetta imposto da Gherardo Velluti ai propri figli potrebbe apparire come un tentativo di uscire dagli schemi di faida al fine di rifiutare metodi violenti del passato. I luoghi sopramenzionati sono già di per sé capaci di trasmettere un’immagine nitida dell’esistenza di un gruppo sociale popolano, auto-consapevole e deciso a distinguersi, spiritualmente e materialmente, da un gruppo aristocratico. Tale contrapposizione si concretizzò nel quadro polarizzato di una città divisa tra ‘cittadini retti’ e ‘cittadini deviati’. Il Popolo fu spesso portatore di una coscienza collettiva che, nella propria versione dei fatti, poneva il bene collettivo davanti a quello individuale. Dal lato opposto i Grandi trovarono in più occasioni una ragione per unirsi contro quella che sembrava un’ingiusta oppressione dal basso verso l’alto. Nelle parole che il Compagni mise in bocca ai nobili si percepisce il malcontento di un gruppo che sentiva illegittimamente venir meno i propri privilegi. Per di più le aspre critiche dei popolani, così come le punizioni inflitte dal governo delle Arti, apparivano mirate alla brama di violenza e alle irrinunciabili vendette, presentate con crescente vigore come un metodo ‘privato/personale’ e perciò in contrasto con le istituzioni, piuttosto che uno complementare. Alla luce di tutto questo appare naturale constatare l’esistenza di un conflitto tra un basso aperto alla larga partecipazione politica e desideroso di pace e un alto dispotico e smanioso di vendetta.


FACCIAMO UNA RIPROVA

A ogni modo cerchiamo di mettere meglio a fuoco le nostre fonti e vediamo se troviamo conferme di ciò che si è detto. Nel caso dell’episodio della Nuova Cronica su Giano della Bella l’autore afferma che Corso Donati avrebbe ucciso un popolano, famigliare del suo famigliare Simone Galastrone e si sarebbe presentato con arroganza davanti al podestà e al Gonfaloniere di Giustizia. I popolani si aspettavano la condanna ma Giano lo assolse, così ci fu un’insurrezione che, al grido di «viva il Popolo», fece prigioniero il podestà e mise a ferro e fuoco alcuni palazzi del potere. È interessante notare che il comprensibile sgomento del Popolo pare essere aggravato dal fatto, ricordato con sdegno dal Villani, che Corso non avesse solo ucciso un popolano ma un proprio parente. Nel mondo dell’onore, che plasmava la logica della faida, non esisteva delitto peggiore di quello di essere fatale al proprio sangue. In effetti il Popolo, come il priorato, non aveva molte ragioni per odiare Giano dato che contribuì non poco ad «abbassare la potenzia de’ Grandi», per la qual cosa è possibile inferire che il grave disprezzo verso Corso era il disprezzo non solo per un nobile, ma per uomo senza onore. Inoltre, se poniamo la giusta attenzione, si nota che il giudizio dell’autore verso il Popolo si inasprisce nel corso del paragrafo. A tradire il buon Giano furono «popolani grassi, amici e parenti de’grandi, che non amavano che Giano de la Bella fosse in comune maggiore di loro […] coloro medesimi ch’erano stati co’llui a ffare il popolo […] però che llo‘ngrato popolo mai non rende altri meriti». In aggiunta al fatto che a difendere il podestà dall’ultimo assalto fu il ‘popolo minuto’ ci si presenta davanti a noi un’immagine della fazione popolare molto meno unitaria e neutrale.

Per tornare al commento dell’autore su Corso, il riferimento al parricidio appare una debita critica al mancato rispetto delle regole dell’onore. All’inizio del secondo libro della Cronica, nella Firenze divisa tra Bianchi e Neri, si comprende che in realtà i già ricordati tentativi di coalizione antipopolani non erano altro che maliziose parole mirate solamente a creare scompiglio nello schieramento avversario, così che «quelli che ricevevano tali parole s’ammollavano nel cuore per piatà della Parte. Onde i loro seguaci invilirono; i Ghibellini, credendo con sì fatta vista esser ingannati e traditi da coloro in cui si confidavano, tutti rimasono smarriti». La città, il 15 ottobre 1301, rinnovò il Priorato con grande speranza del Popolo Minuto, della Parte Bianca e, presumibilmente dell’autore. Questa situazione presenta un quadro non bipartito tra Grandi e non, ma molto più complesso. I Neri chiamarono a Firenze un signore pacificatore, Carlo di Valois, poiché si diceva che «il sangue della casa di Francia mai non tradì né amico né nimico». I Priori elessero un consiglio di quaranta, venti per ciascuna parte, al fine di consultarsi su come accogliere i francesi. Il Compagni, elencando alcuni dei membri, non risparmia critiche a popolani ‘viziati’ come Alberto del Giudice e ‘falsi’ come Maso di messer Ruggierino Minerbetti. Allo stesso modo anche uno dei priori di Parte Nera, Noffo Guidi, era un «iniquo popolano e crudele». In altri termini, una parte del Popolo, quella ‘grassa’, era difficilmente distinguibile nella sostanza e nel comportamento dai Grandi. Inoltre sembra che l’attitudine alla pace o alla vendetta non fosse necessariamente legata alla classe, piuttosto all’indole dei vari attori . Nel momento in cui i Neri riuscirono a far scoppiare il conflitto cittadino, il capitano Schiatta Cancellieri non difese la città poiché «più atto a riposo e a pace che a guerra». Come detto in precedenza, la facilità con cui si lasciarono ‘rammollire’ i Bianchi dai Neri fu esplicativa dell’interpretazione amareggiata conferitane dall’autore. Bianchi e Ghibellini, Grandi o Popolani, erano destinati a perdere, poiché parte più docile del conflitto. La delusione finale fu il tradimento di Carlo, presentatosi come pacificatore e in realtà interessato solo ai propri affari. I soldati francesi, con solenne giuramento davanti allo stesso Compagni, furono messi a guardia del Sesto d’Oltrarno, il quale era la roccaforte della Parte Nera, ma la notte stessa lasciarono entrare molti sbanditi. Lo sgomento dell’autore fu grande: «mai credetti che uno tanto signore, e della casa reale di Francia, rompesse la sua fede». La città era allo sbando, e Carlo fingeva di essere dalla parte dei Priori e del Comune e di voler fare «vendetta grandissima» ma, al contrario, alla prima occasione fece prigioniera la Parte Bianca. Anche l’ultimo tentativo dei Priori di salvare Firenze, appellandosi ai potenti popolani, «pregandoli per Dio avessono piatà della loro città: i quali niente ne vollono fare», fu un buco nell’acqua. Per l’autore lo sdegno era così grande che a un certo punto, messi da parte i pacifici propositi, scrisse: «demo loro intendimento di trattar pace, quando si convenia arrotare i ferri». Inoltre, nel caso dell’arringa di Berto Frescobaldi, ne va sottolineato a parer mio l’esito e non tanto il discorso appassionato del nobile. Nei fatti fu infine preferita l’opzione più avveduta proposta da Baldo della Tosa, ossia non di combattere tutti gli avversari ma di far scomunicare i Ghibellini così da poterli mettere fuori gioco. Inoltre, l’obbiettivo era di mettere in cattiva luce Giano e far si «che tutti i potenti del popolo scostassono da lui». Tale tattica sembra spiegare più realisticamente i rapporti esistenti tra i poteri cittadini, ovvero una parte popolana che, nella sua componente più altolocata, aveva verosimilmente negli aristocratici degli alleati piuttosto che dei nemici. In egual modo, anche quando si tratta della riluttanza sul rispetto della ‘giustizia ufficiale’ che Compagni assegnerebbe ai nobili, il quadro si presenta più articolato. In primo luogo è da ricordare la precisazione che l’autore fa dei ‘potenti cittadini’ «i quali non tutti erano nobili di sangue, ma per altri accidenti erano detti grandi», la qual cosa complica ulteriormente il quadro sociale.

Indicativo fu il modo in cui si tentò di mettere in cattiva luce Giano della Bella agli occhi dei popolani, ovverosia premendo sui punti deboli dello stesso Popolo. Per portare il podestà a promulgare leggi ad esso invise, i ‘congiurati’ gli posero sotto gli occhi alcuni casi di popolani implicati in reati contro il Comune e contro le Arti. Successivamente, nel momento in cui i Cerchi subirono un’offesa da un masnadiere dei Donati, l’autore ricorda che i primi non dissero pubblicamente il nome del colpevole al fine di «farne gran vendetta». Tuttavia è stato dimostrato che la punizione fu invece inflitta per via giudiziaria. Al di là delle reali intenzioni dei Cerchi, sembra che l’autore avesse voluto sottolineare intenzionalmente la tendenza delle famiglie ‘Grandi’ a cercare giustizia con metodi extra-giudiziali anche là dove non accadeva. Poco tempo dopo si tenne il consiglio della parte Donati in Santa Trinita, al quale Compagni dice di aver partecipato e di essere intervenuto pronunciando le accorate parole che ho citato sopra. Lo scopo principale del discorso è quello di mettere in cattiva luce i Neri, ma ciò che ci interessa è l’argomento utilizzato dall’autore per farlo. Senza dubbio persiste l’accento sui modi personalistici di risoluzione dei conflitti utilizzati dai nobili, ma il biasimo più grave ruota attorno alla prepotenza della parte avversaria. Compagni riprese il consiglio non perché si fossero riuniti ma perché lo avevano fatto senza il consenso dei Priori e perché usavano pretesti come quello di voler «spegner scandalo e stare in pace». Inoltre li accusò di voler «pugnare» contro ai propri fratelli, colpendo i nobiluomini nel loro onore. Alla fine dei conti la loro colpa non fu solo quella di volersi vendicare, ma di voler portare guerra e per di più, cosa gravissima, contro al proprio sangue. In un certo senso lo scandalo del Compagni appare come lo scandalo di fronte anche alla mancanza di rispetto delle regole di faida. Analogamente, quando i Neri si rifiutarono per l’ennesima volta di trovare un’intesa di pace mediata da Niccolao da Prato, l’autore si rese malinconicamente conto che ogni proposito di ritorno all’equilibrio tra le parti si stava perdendo in favore di una supremazia nera.

Nel caso della cronaca del Velluti il tentativo di occultamento della memoria che abbiamo preso in considerazione può avere un significato diverso dal vergognarsi di una vendetta familiare. In realtà è plausibile che Paolo Velluti avesse ritenuto utile cancellare la vendetta dal suo apografo poiché, come riporta l’autore, i rapporti tra le due famiglie migliorarono notevolmente nel corso del tempo. Il Velluti dice di aver egli stesso ‘fatti popolani’ alcuni dei Mannelli che glielo avevano chiesto e gli avevano offerto la propria ‘fratellanza’. Da quel momento in poi furono «fratelli sanza niuna salvatichezza». I rapporti divennero così buoni che quando uno dei Mannelli fu accusato di omicidio risultante da un’offesa o da una vendetta l’autore, che era al tempo gonfaloniere, intercedette con il podestà per procedere ad una compensazione in denaro. Inoltre, prima di lasciare la propria carica si adoperò anche per trarre di bando gli accusati. Alla luce di ciò i rapporti mutati e la nascita di una parentela Mannelli-Velluti avrebbero potuto contribuire alla scelta del trascrittore della cronaca di cancellare i contrasti più sanguinosi avvenuti tra i due lignaggi. In altri termini non ci si vergogna di aver praticato la vendetta, ma ci si preoccupa di dimenticare le inimicizie del passato.

CONCLUSIONI

Facendo un brevissimo sunto credo che dalle fonti qui prese in considerazione emerga un’immagine dei processi di faida estremamente fluido e complesso. In altri termini essa non è attributo/privilegio di classe, è uno strumento di diritto e come tutti gli strumenti garantiti dalla legge (soprattutto se consuetudinari) sono impiegati in modo differente da ceto a ceto. Se hai più risorse, hai solitamente più onore e, conseguentemente, più possibilità di ottenere giustizia in grande stile. Ciononostante questo costume, come si rileva anche comunità tribali, è collegato intimamente alla Weltanschauung di una cultura, di una forma mentis, la quale è ovviamente trans-classe (sempre se ‘classe’ abbia un senso ben definito) e collega con un filo rosso il contadino all’aristocratico.

FONTI

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