buondelmonti-amidei-saga-1200

Esiste una storia, la quale è posta come causa scatenante il secolare conflitto tra Guelfi e Ghibellini. Si tratta di un episodio reale, un mito, oppure le due cose contemporaneamente?

Può essere l’unica, brevissima saga che la Toscana abbia mai prodotto?

Chiariamo subito che non c’è spazio di trattare interamente la questione, tantomeno di offrire una disamina completa sull’origine della divisione o della sua precisa evoluzione non solo in Toscana ma anche nel resto della penisola. In questo breve articolo ci riferiremo in particolare alla situazione fiorentina e a una tradizione particolare conservata nelle famose cronache di fine Dugento, la quale assegna a un preciso episodio l’inizio del conflitto tra le parti.

Ovviamente stiamo parlando delle cronache di Giovanni Villani e Dino Compagni, che furono scritte a cavallo tra 1200 e 1300. La Nova Cronica del primo è un’opera estesissima che narra la storia di Firenze fin da prima della stessa fondazione romana della città per arrivare al momento in cui l’autore scrive. La Cronica del secondo invece si concentra sostanzialmente sulla politica fiorentina di fine secolo, la stessa in cui l’autore si ritrae infine sconfitto insieme al suo partito. Al di là delle loro storie personali e dell’esegesi delle opere, ciò che ci interessa in questa sede è il loro riferimento, nel momento in cui devono rintracciare una causa della divisione a Firenze tra Guelfi e Ghibellini, a un fatto a loro dire avvenuto quasi un secolo prima, nel 1216, nei pressi di Campi Bisenzio. Ebbene stiamo parlando proprio della nota faida Buondelmonti-Amidei, la quale prende il nome dalle due famiglie al centro della contesa. A voi per ora basterà sapere che il leitmotiv principale è il tradimento del giuramento prestato da Buondelmonte de’Buondelmonti alla famiglia degli Amidei, ossia di prendere in moglie una delle loro figlie. Purtroppo per Firenze, quel giorno, fuorviato dalla matrona di casa Donati, egli mancò alla promessa.

Ma partiamo con ordine e principiamo dal testo di Giovanni Villani, nel quale si fa più diffusamente riferimento all’accaduto. In primo luogo è utile tenere presente che il Villani tralascia di descrivere tutta la parte iniziale del conflitto e comincia il racconto dalla promessa, ossia dall’accordo di pacificazione, del cavaliere Buondelmonti di prendere in moglie una fanciulla degli Amidei. Tale omissione pare avere motivazioni politiche ma ciò che ci interessa capire è se l’autore ritenesse la pratica in se responsabile dei conflitti che hanno insanguinato Firenze nel Duecento. Egli accusa il «maladetto isdegno» che si presero gli Amidei, che portò alla divisione della città, così come la «mala parola» di Mosca Lamberti. L’uccisione del ‘bianco cavaliere’ fu «cagione e cominciamento delle maladette parti guelfa e ghibellina in Firenze». È interessante l’appunto dell’autore sul fatto che, anche «prima assai occultamente, pure era parte tra’ cittadini nobili, che chi amava la signuoria della chiesa e chi quella dello ‘mperio, ma però inn-stato e bene del Comune di tutti erano in concordia». Quest’ultima nota ci aiuta ad interpretare meglio il senso delle precedenti, ovvero il Villani è consapevole che la vendetta e la pratica della faida esistevano già prima della fatale vicenda del Buondelmonti, perciò il suo commento nostalgico della Firenze pre-1216 lascia intendere che la sua critica è rivolta a qualcosa che è intervenuto nella società e che prima non c’era. Secondo l’autore i conflitti esistevano già prima, tuttavia prima del XIII sec. la sicurezza e la stabilità della città, della cosa pubblica nel suo complesso non erano messe in discussione. La vendetta non fu causa ma strumento attraverso il quale si rovinò la città.

E andiamo adesso a vedere la Cronica di Dino Compagni in cui la faida Buondelmonti-Amidei, essendo anche per lui la causa scatenante delle discordie cittadine, è l’evento che introduce tutta la narrazione. All’autore non interessa dilungarsi troppo sulla vicenda ma ritiene doveroso sottolinearne la gravità, poiché a causa di ciò «i cittadini se ne divisono, e trassersi insieme i parentadi e l’amistà d’amendue le parti, per modo che la detta divisione mai non finì». È difficile dire se Compagni attribuisca un connotato negativo al funzionamento della faida, ovvero la partecipazione attiva al conflitto di parenti e amici, oppure constati semplicemente che, data la grandezza dei casati coinvolti, tutta Firenze vi ci sarebbe stata trascinata. Ciò che possiamo dire per certo è che il cronista, nonostante non volesse mettere in cattiva luce il Buondelmonti, era ben consapevole della gravità della decisione del cavaliere, il quale lasciò la donna che «avea tolta e giurata».

A questo punto, seguendo l’esempio del miglior contributo prodotto sull’argomento, Il convito del 1216 di Enrico Faini, può essere utile chiamare in causa una fonte che ci completi l’episodio. La testimonianza di cui stiamo parlando è quella dello ‘Pseudo-Brunetto’, un’opera anonima erroneamente attribuita a Brunetto Latini, che principia raccontando dell’investitura a cavaliere di Mazzingho Tegrimi dei Mazzinghi. La sua famiglia terrà una festa in suo onore in quel di Campi (a ovest di Firenze). Ovviamente fu invitata tutta la «buona gente di Firenze», la quale si riunì attorno a un tavolo con le migliori intenzioni. Ad un certo punto però, dice la cronaca, un «giucolare di corte» tolse un tagliere di carne davanti a Uberto degli Infangati, amico di Buondelmonte de’Buondelmonti, che si infuriò. Di tutta risposta messer Oddo Arrighi de’Fifanti lo riprese e scoppiò un litigio violento, «Uberto lo smentio per la gola e Oddo Arrighi li gettò in viso un talgliere fornito di carne». La rissa finì con Buondelmonte che ferì al braccio messer Oddo.

Da qui in poi la storia prosegue con i fatti descritti anche dai precedenti autori fino all’uccisione di Buondelmonte. Come vediamo lo Pseudo-Brunetto sembra mostrarci come alla base della grande divisione cittadina ci fosse nientemeno che una banale zuffa da taverna. Pochi giorni dopo la parte offesa si riunì con «amici e parenti, infra lli quali furono’ Conti da Gangalandi, Uberti, Lamberti e Amidei» e deliberò che la pace poteva essere raggiunta, come era solito fare, attraverso un matrimonio tra le famiglie in contesa. «Fatto il trattato e la concordia» tutto era pronto eppure, il giorno precedente alle nozze, madonna Gualdrada dei Donati mandò parole di scherno al cavaliere, dicendogli che avrebbe macchiato il proprio onore sposando un’Amidei. Gli offrì quindi un’alternativa, sposare la sua bellissima figlia. «Giovedì die X di febraio», il giorno delle nozze, Buondelmonte venendo dal suo castello di Montebuoni (a Sud di Firenze, oggi Tavarnuzze), invece di recarsi dagli Amidei andò a prendere la mano della ragazza dei Donati. Ovviamente lo scandalo fu definitivo, la doppia offesa non poté essere tollerata perciò, dopo l’ennesimo consiglio, Oddo Arrighi de’Fifanti, Mosca Lamberti e gli altri decisero infine per la punizione più severa: la morte. Così la mattina di Pasqua della Risurrezione, mentre il cavaliere si trovava di qua d’Arno (sponda Nord) appena passato il Ponte Vecchio, fu assaltato e ucciso.

Gualdrada (o Aldruda in Villani) Donati

Gli aspetti dei quali possiamo trattare sono molteplici, dalle considerazioni politiche a quelle sociali, da quelle giuridiche a quelle antropologiche e torno a sottolineare che buona parte di esse sono affrontate dal contributo di Faini. Data l’impossibilità di trattarle tutte io mi soffermerò in questo articolo su quelle epico-letterarie e religiose. In altre parole è secondo me inutile approcciarsi all’evento del 1216 come a un evento storicamente attendibile, piuttosto, si dovrebbe trattare così come si trattano antichi racconti e tradizioni di un passato, il cui confine tra storia e letteratura si perdono. Andiamo quindi a vedere queste testimonianze da un’altra prospettiva, più religiosa, narrativa e letteraria.


Tornando a vagliare il simbolico avvenimento del Buondelmonti, ne scorgiamo dettagli che fanno al caso nostro. Infatti in esso si riassumono molti dei caratteri o delle ‘anime’ che costituiscono la rappresentazione di faida del Villani. Come abbiamo già visto egli, diversamente dallo Pseudo-Brunetto, principia il racconto senza menzionare l’episodio dell’offesa, bensì il momento innanzi la concordata pacificazione. Il «leggiadro e bello cavaliere» fu vittima del ‘grande ingannatore’ il quale, attraverso la bellezza di una donna, e il consiglio «subsidio diaboli» di un’altra, lo deviò dal suo dovere e dalla pace. L’agire del maligno non si arrestò neanche nel momento della vendetta, la quale non a caso si consumò come in un sacrificio pagano sotto l’antico idolo di Marte, nel quale l’autore con rassegnazione ritrova, oltre che il maligno, la brama di guerra dei fiorentini e la loro naturale inclinazione al peccato. L’origine di tutti i conflitti, più che nello sdegno di chi subisce un’offesa, giace nelle colpe degli uomini, poiché:

«bene si mostra che l’nemico dell’umana generazione per le peccata de’fiorentini avesse podere nell’idolo di Mars, che i Fiorentini pagani anticamente adoravano, ché a piè della sua figura si commise sì fatto micidio, onde tanto male è seguito alla città di Firenze».

Ancora una volta la faida, per dirla in termini aristotelici, fu ‘causa materiale’ ma non ‘causa prima’ dei travagli della società. È necessario adesso fare un piccolo appunto, ovvero che l’intera cronaca del Villani è tutta strutturata sul rintracciamento nel passato di Firenze, quindi non solo nel 1216, della sanguinosa divisione in due fazioni. L’autore la giustifica inizialmente con la mescolanza di stirpi differenti, quella romana e quella etrusco-fiesolana, che produsse i fiorentini. Questa frizione all’interno del sangue delle famiglie cittadine proseguì nel corso dei secoli nutrendosi di ulteriori contrasti come quello tra Franchi e Longobardi e non solo, anche di una vigorosa tendenza alla superstizione da parte dei fiorentini. Più di una volta il Villani vuole sottolineare l’attaccamento dei suoi concittadini alle antiche credenze pagane, tanto che fecero di tutto per recuperare quella che pensavano una statua del Dio Marte protettore di Firenze e piazzarla davanti a Ponte Vecchio, proprio nel luogo in cui, non a caso, fu ritualmente ‘sacrificato’ Buondelmonte.

L’altro grande cronista fiorentino, Dino Compagni, il quale a differenza del Villani concentra la sua narrazione esclusivamente sugli avvenimenti di Firenze tra XIII e XIV sec, non scende molto nei dettagli della faida. La Cronica principia proprio con l’episodio del Buondelmonti, in cui l’autore mostra una certa simpatia per il cavaliere ingannato da Aldruda Donati (la Gualdrada dello Pseudo-Brunetto). Ciononostante il peso che dà a tale storia è marginale poiché, come dice prudentemente in conclusione, «non è mia intenzione di scrivere delle cose antiche, perché alcuna volta il vero non si ritruova». Non è molto, tuttavia, proseguendo nel corpo dell’opera notiamo che anch’essa costruisce il suo impianto morale sulla facile corruttibilità dei fiorentini da parte del ‘Grande Ingannatore’, il diavolo «accrescitore de’mali», ad esempio quando scoppiò un violento scontro tra giovani Cerchi e Donati.

Tirando le somme del nostro quadro citiamo un’ultima volta lo pseudo-brunetto e vediamo come descrive la morte del bianco cavaliere:

«Sì che lla mattina della passqua di Risorexio, appiè di Marzo, in capo del Ponte Vecchio, messer Bondelmonte cavalcando a palafreno in giubba di sendado e in mantello con una ghirlanda in testa, messer Ischiatta delli Uberti li corse adosso e dielli d’una maçça in sulla tessta e miselo a terra del cavallo, e tantosto messer Odd’Arrighi con un coltello li seghò le vene, e lasciarlo morto. E questa possta fue fatta in casa gli Amidei. Allora lo romore fue grande; e fue messo in una bara, e la molgle istava nella bara e tenea il capo in grenbo for[te]mente piangendo; e per tutta Firenze in questo modo il portarono»

Una scena vivida, solenne, precisa in ogni azione eseguita con rituale minuziosità. Ogni soggetto della parte offesa ebbe diritto a un colpo, in ordine d’importanza, da chi aveva subito meno danno al proprio onore a chi era stato maggiormente umiliato. Per questo Oddo Arrighi, colui che fu ferito al braccio alla cena, dette il colpo finale. Il Villani ci conferma la narrazione:

«e vegnendo d’Oltrarno il detto messere Bondelmonte vestito nobilemente di nuovo di roba tutta bianca, e in su uno palafreno bianco, giugnendo a piè del ponte Vecchio dal lato di qua, apunto a piè del pilastro ov’era la ‘nsegna di Mars, il detto messer Bondelmonte fue atterrato del cavallo per lo Schiatta degli Uberti, e per lo Mosca Lamberti e Lambertuccio degli Amidei assalito e fedito, e per Oderigo Fifanti gli furono segate le vene e tratto a·ffine; e ebbevi co·lloro uno de’ conti da Gangalandi. Per la qual cosa la città corse ad arme e romore. E questa morte di messere Bondelmonte fu la cagione e cominciamento delle maladette parti guelfa e ghibellina in Firenze»

Sotto la statua dell’antico idolo si consumò la vendetta. Non dimentichiamo che Marte presso i romani non era solo Dio della Guerra e dei Campi, ma anche Dio della Vendetta, nella forma di mars ultor. Una coincidenza? Difficile da dire, ma in ogni caso, nonostante vi siano altre testimonianze dell’avvenimento che però non aggiungono molto, possiamo inferirne la portata simbolica. In altre parole, qui non abbiamo a che fare con delle ricostruzioni ‘elencative’, annalistiche e descrittive come tante che troviamo nelle cronache, al contrario, questo avvenimento sembra spaccare il racconto dei cronisti inserendo qualcosa in più, come quando si fa riferimento a una tradizione leggendaria. Dal giullare vero provocatore di tutto il conflitto (nonostante nessuno se ne accorga) al tradimento veicolato da una femmina corruttrice, fino al sacrificio rituale al Dio vendicatore di Firenze, qui vi è abbastanza materia per una piccola saga toscana. I personaggi caratteristici e i colpi di scena non mancano:

  • I nobili cavalieri di onorevoli stirpi. Buondelmonti, Uberti, Lamberti, Amidei, Fifanti, etc..
  • Il giullare che rompe gli equilibri. Forse solo un comico può farlo.
  • Una prima ferita si apre all’interno di famiglie amiche.
  • Quando tutto sembra poter risolversi, ecco la discordia, incarnata da una donna, Aldruda (o Gualdrada), tramite del maligno corruttore delle genti.
  • Il grande tradimento della promessa e l’onta definitiva all’onore di una famiglia.
  • Il giorno in cui il cerchio si chiude e il destino si compie. Il bel ma corrotto cavaliere trova la morte davanti all’altare di Marte Vendicatore. Il sacrificio chiude la storia, ma non la faida.

Ebbene non so cosa ne pensate voi ma credo che ci si trovi di fronte a un vero e proprio mini-poema toscano.



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Francesco Manetti

FONTI

Dino Compagni, Cronica, a cura di Davide Cappi, Istituto Storico per il Medioevo, 2000.

Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso XVI.

Ricordano Malispini, Storia fiorentina di Ricordano Malispini col seguito di Giacotto Malispini dall’edificazione di Firenze sino all’anno 1286, a cura di V. Follini, Roma, 1976.

Marchionne di Coppo Stefani, Cronaca fiorentina, a cura di N. Rodolico, Città di Castello, 2003.

Paolino Pieri, Cronica di Paolino Pieri delle cose d’Italia dall’anno 1080 fino all’anno 1305, a cura di F. A. Adami, Roma, 1755.

Pseudobrunetto, a cura di A. Schiaffini in, Testi fiorentini del Dugento e dei primi del Trecento, Firenze, 1954, pp. 82-150.

Giovanni Villani, Nova Cronica, a cura di G. Porta, Parma, 1991.


BIBLIOGRAFIA

C. Lansing, The Florentine Magnates. Lineage and Faction in a Medieval Commune, Princeton, 1991.

E. Faini, Il convito del 1216. La vendetta alle origini del fazionalismo fiorentino, in «Annali di Storia di Firenze» 1 (2006), pp. 9-36.

J. C. Maire-Vigueur, Cavalieri e cittadini. Guerra, conflitti e società nell’Italia Comunale, Il Mulino, 2004.

Y. Rivière, Pouvoir impérial et vengeance: de Mars ultor à la diuina uindicta, in, La Vengeance: 400-1200, a cura di D. Barthelemy, F. Bougard, École Française de Rome, 2006, pp. 7-42.

S. Raveggi, Ghibellini, Guelfi e Popolo Grasso. I detentori del potere politico a Firenze nella seconda metà del Dugento, La Nuova Italia, 1978.

P. Grillo, La falsa inimicizia. Guelfi e Ghibellini nell’Italia del Duecento, Salerno, 2018.


Post scriptum: Ironia della sorte, l’autore di questo articolo, scrive proprio da Via Montebuoni a Tavarnuzze (Impruneta), un paesino a sud dell’hinterland fiorentino. Proprio questo toponimo, Montebuoni, si riferisce a un colle percorso da questa stradina che oggi è una semplice via, ma che 800 anni fa portava a un castello, la cui famiglia, una volta che il Comune di Firenze la costrinse a trasferirsi in città, fu chiamata i ‘buoni del monte’, i Buondelmonti.

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