La Rivoluzione Francese aveva rappresentato per la Chiesa una cesura di grandi proporzioni. La fine dell’ancien régime, tutti i cambiamenti ‘materiali’ introdotti dalla Rivoluzione – la soppressione di ordini monastici contemplativi, l’introduzione di un calendario rivoluzionario, l’utilizzo a scopo civile di ex conventi, la requisizione dei beni ecclesiastici – e, soprattutto, ‘immateriali’ – il laicismo, la libertà individuale, l’autodeterminazione, il razionalismo, il materialismo – avevano determinato, per la Chiesa, il tramonto di un’epoca, la fine dell’era cristiana e l’inizio dell’età della «scristianizzazione». Per una parte del mondo cattolico tuttavia la «catena degli errori» che aveva portato alla miseria spirituale della società uscita dalla Rivoluzione, era cominciata ben prima del 1789. Infatti, la si faceva iniziare con la Riforma luterana che aveva introdotto il libero arbitrio e l’individualismo all’interno del culto, era proseguita poi con il secolo dei Lumi, quando si era affacciato lo spettro del razionalismo ed era infine naufragata nella Rivoluzione, segno tangibile dell’abbandono da parte degli individui di Dio. L’unica soluzione era dunque individuata nella restaurazione di una società pienamente cristiana come quella medioevale, nella quale il pontefice – vicario di Dio in terra e per questo infallibile – ricopriva il ruolo di arbitro tra gli Stati e unico depositario della sicurezza sociale.

Questa visione fu accolta da papa Pio IX (1846-1878) il quale, se all’inizio del pontificato aveva dato prova di una certa apertura nei confronti della società, in seguito ai moti rivoluzionari del 1848 aveva operato una chiusura totale del magistero pontificio nei confronti del mondo e della modernità ed emanato il Sillabo, un testo contenete una serie di preposizioni riguardanti gli «errori» della modernità.

Fu Leone XIII (1878-1903), successore di Mastai Ferretti, ad emanare l’enciclica che segna l’inizio delle elaborazioni che definiamo «dottrina sociale della Chiesa». Di fronte ai processi di nazionalizzazione, alle sperequazioni economiche del secolo del Positivismo, Pecci emanò l’enciclica Rerum Novarum (1891), nella quale – a fronte dei grandi cambiamenti economici, delle differenze sociali, delle insidie della propaganda socialista e dei pericoli del libero mercato – delineava una sorta di ‘terza via’ cattolica: solo il ritorno ad un regime di cristianità potrà porre fine alle ingiustizie sociali e promuovere la stabilità sociale. Certo, la via indicata da Leone XIII si configurava come una ideologia tra le altre, ma è importante considerare che per la prima volta il magistero si impegnava a misurarsi con il «mondo moderno» rispetto al quale si era sempre collocato in una posizione ‘altra’.

Pio X (1903-1914) dimostrò invece il proposito di disconoscere in toto il mondo moderno, già dal suo motto, Instaurare omnia in Christo, era evidente e chiara la posizione di Sarto: nessuna possibilità di redenzione per la società senza un ritorno al cattolicesimo. Fu proprio sotto il pontificato di Pio X che nacque quella corrente assolutamente intransigente detta «Integrismo» che si poneva in netta contrapposizione con la laicità.

La Prima Guerra mondiale fu considerata un’altra prova tangibile degli effetti dell’abbandono di Dio. Il successore di Pio X, Benedetto XV (1914-1922), ribadì più volte questo principio, accanto ai numerosi appelli alla pace, dalla richiesta di una tregua nel Natale 1915 alla famosa esortazione del 1917 ai Comandanti degli eserciti in cui chiedeva di far cessare quella «inutile strage».

Nonostante il magistero coltivasse sempre la speranza di ottenere nuovamente il ruolo di arbitro super partes tra le potenze e tra le Nazioni, questo sembrava ormai allontanarsi dall’orizzonte della storia. Un altro tentativo fu fatto da Pio XI (1922-1939), come dimostra l’impegno profuso nel cercare accordi con i regimi – in particolare quelli più autoritari come quello fascista, nazista e spagnolo; mantenendo una posizione vicina ma autonoma rispetto ad essi -; nella speranza di guadagnare un po’ di spazio di manovra e configurarsi come indiscussa autorità morale degli stati. Nel quarantesimo anniversario della Rerum Novarum, Pio XI emanò l’enciclica Quadragesimo anno (15 maggio 1931), nella quale riproponeva, rielaborandola, la «dottrina sociale» della Chiesa, introducendo in particolare la necessità di perseguire la giustizia sociale. I mutamenti nel costume, l’accaparramento dei beni e la concentrazione di questi nelle mani di pochi da un lato e dall’altro il disconoscimento della proprietà privata possono minare, appunto, la giustizia sociale; l’enciclica esprimeva anche qualche velata e non citata condanna al corporativismo fascista. Pur essendo un aggiornamento della «dottrina sociale» anche la Quadragesimo anno propone il magistero ed i suoi insegnamenti, la « riconquista cattolica » della società come una via alternativa e la migliore per il mantenimento ed il raggiungimento della giustizia sociale.

Dopo la fine del secondo conflitto mondiale Pio XII (1939-1958) dimostrò di aver compreso che non vi era più spazio per rivendicare un ruolo politico all’interno degli stati ed accettò il nuovo assetto democratico dello Stato, fedele al principio per cui ogni regime politico era accettabile per la Chiesa, purché perseguisse o meno il bene comune. Pacelli tuttavia affermò che vi potesse essere ‘vera democrazia’ solo se a governarla erano chiamati uomini fedeli al magistero e di provata fede.

Nel 1961 Giovanni XXIII pubblicò l’enciclica Mater et Magistra, nel settantesimo anniversario dalla Rerum Novarum. L’impianto rimaneva piuttosto tradizionale – si affermava che le ideologie non sono in grado di raggiungere la pace sociale se non tengono conto di Dio -, ma vi si operava anche un’apertura verso la società che costituì una novità assoluta e non di poco conto: Roncalli mostrava infatti di voler comprendere appieno la nuova società, di voler cogliere i «segni dei tempi», senza ricorrere alla rigidità delle interpretazioni classiche del magistero. Inoltre, invece di dimostrare la tradizionale chiusura e il solito rifiuto verso la società – tipico del pensiero di matrice intransigente, – Giovanni XXII affermava di intravedere  ‘possibilità immense di bene’ anche nel tempo presente.

É certamente con la costituzione pastorale Gaudium et Spes che si raggiunge la pienezza dell’incontro della Chiesa con il mondo, che tuttavia si configura non come un punto d’arrivo, ma piuttosto come una nuova partenza. Si tratta dell’ultimo documento approvato dal Concilio e può essere definito come un trattato di ‘antropologia cristiana’. Già nel documento Sacrosanctum Concilium la Chiesa si era presentata come «pellegrina nel mondo», dunque soggetta ad errori e bisognosa di aggiustamenti. Nella Gaudium et Spes si dimostra la volontà di venire incontro alla società, di porsi come interlocutore rispetto ad essa, di non manifestare il bisogno di convertire, ma piuttosto quello di testimoniare il significato di una vita vissuta cristianamente. Si tratta della sintesi dell’impegno pastorale di Giovanni XXIII ed insieme della prospettiva di Paolo VI, perché, come egli stesso ebbe a dire nell’enciclica Ecclesiam Suam «La carità tutto spiega. La carità tutto ispira. La carità tutto rende possibile. La carità tutto rinnova. La carità tollera tutto, crede tutto, spera tutto, tutto sopporta».

Fonti: 

Verucci, G., La Chiesa nella società contemporanea, Laterza, Roma-Bari 1988.

Vian, G., Il modernismo, Carocci, Roma 2012.

Menozzi, D., Storia della chiesa. L’età contemporanea, EDB, Bologna 2019.

Durand, J., Il Concilio in colloquio con il mondo: la costituzione pastorale Gaudium et Spes, in Chenaux, P.; Baquet, N., Rileggere il Concilio. Storici e teologi a confronto, Lateran University Press 2012, pp. 225-248.

Tutti i testi delle Encicliche e dei documenti citati sono disponibili sul sito della Santa Sede: http://www.vatican.va/content/vatican/it.html

In foto: Ambrogio Lorenzetti, Allegoria del Buon Governo, 1338-1339, affresco, Siena, Palazzo Pubblico, Sala della Pace.

Sofia Mazzetti.

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