Londra nel XVIII secolo esercitava sull’immaginazione degli inglesi un certo potere tanto
che uno su dieci viveva lì. Londra rendeva insignificanti le altre grandi città britanniche
come Edimburgo che contava “solo” 57.000 abitanti, 90.000 Dublino. La capitale del
Regno Unito contava 750.000 abitanti a metà del secolo ed era la più grande città
dell’Europa occidentale. Non solo, ma Londra offriva anche una diversa qualità di vita e
nessun altro centro poteva essere così eccitante e sorprendente.
Una legge del 1649 impedì̀ la stampa al difuori di Londra, Cambridge e Oxford;
l’autorizzazione alla pubblicazione poteva essere ottenuta e indicata nel volume insieme
all’indicazione del nome dell’autore e del censore. In più, a garanzia del buon
comportamento degli stampatori, questi dovevano versare 300 sterline come cauzione.
Nel 1655, di fronte alla persistenza della stampa clandestina e di opposizione, Oliver
Cromwell inasprì le modalità del controllo soprattutto contro i giornali di opposizione.
Nell’ultimo periodo del Protettorato gli organi di stampa furono solamente due: “The Public
Intelligencer” e il “Mercurius Britannicus”. La pressione fu esercitata con tanta efficacia che
effettivamente la stampa di opposizione fu tacitata. Con la Restaurazione il clima fu invece
meno opprimente rispetto al periodo puritano e si tornò al sistema elaborato prima della
guerra civile: con l’abolizione dello Star Chamber nel 1641 il potere di controllo sulla
stampa era passato nelle mani del Parlamento. Malgrado i tentativi di Carlo II e Giacomo II
di riprendere il dominio sul sistema di autorizzazioni dei manoscritti, il trasferimento delle
competenze apparve irreversibile. I libri autorizzati portavano la formula tipica di tutti i libri
autorizzati in Europa: la dichiarazione del censore che il libro non conteneva nulla
contrario alla fede cristiana o alla disciplina della Chiesa d’Inghilterra o contro al regno. A
cavallo tra XVII e XVIII secolo i librai londinesi, che controllavano la distribuzione delle
pubblicazioni, avevano sorpassato gli stampatori per importanza all’interno delle
corporazioni di librai. Essi monopolizzarono sempre più i diritti d’autore sui libri in
commercio (tutelati dagli Stationers’ Company Registers).
I librai erano un gruppo di cui la principale preoccupazione era quella di assicurarsi le
proprietà intellettuali dei libri che possedevano, diritto che era protetto dallo statuto regio
della corporazione, e di conservare il proficuo monopolio sulla pubblicazione conferito
dalla corona. Non volevano assolutamente inimicarsi il governo pubblicando opere di
dissenso politico, di eterodossia religiosa o pettegolezzi salaci. Gelosi dei loro privilegi,
avevano bisogno di poco incoraggiamento per controllare le attività di stampa. Tuttavia,
l’equilibrio tra coloro che volevano imbrigliare la stampa e coloro che la volevano più libera
era mutato in modo decisivo alla metà del Seicento. Le guerre civili e la dittatura videro
l’estinguersi di certe regole e una straordinaria proliferazione di letteratura polemica
politica e religiosa. Quando nel 1660 Carlo II tornò sul trono si ripresero le vecchie
restrizioni e i librai tornarono ad avere i vecchi privilegi. Il numero dei mastri stampatori fu
limitato a venti; venne fissato anche il numero dei lavoratori a giornata: solo duecento
persone si occupavano dell’attività editoriale giornaliera a Londra. Ma gli imprenditori
dell’interregno si rifiutarono di sparire tanto che avevano trovato un mezzo, attraverso una
rete di ambulanti e venditori di strada, per distribuire letteratura polemica e d’attualità.
Dopo il 1660 l’editoria “illegale” fu contenuta ma non sradicata.
La decadenza del Licensing Act il 3 maggio 1695 rimosse infine le principali restrizioni
legali all’espansione della stampa, ma non eliminò interamente il controllo governativo né
creò un mercato completamente libero. Questa decadenza ebbe un certo effetto sulla

corporazione dei librai. In primo luogo, essa perdette il suo monopolio legale sulla stampa
e la pubblicazione, così che il maggiore ostacolo alla crescita dell’editoria provinciale fu
rimosso. La risposta della provincia fu veloce ma all’inizio gli stampatori- editori provinciali
non provarono a entrare in competizione coi colleghi londinesi, non stamparono e
pubblicarono libri in quantità significativa fino all’ultimo quarto del XVIII secolo. La maggior
parte del lavoro dei provinciali prese la forma di stampa commerciale e di produzione di
giornali locali; la fioritura della stampa periodica provinciale è importante (insieme allo
sviluppo di strade e comunicazioni) nel promuovere il comune senso di appartenenza
nazionale. I nuovi libri dell’Illuminismo scozzese erano il risultato di una interazione e
collaborazione tra gli editori di Londra ed Edimburgo che si occupavano di pubblicare
opere di autori scozzesi residenti in vari posti. Tuttavia, il successo dell’Illuminismo
scozzese sta anche nel fatto che la ricezione dei libri scozzesi avvenne anche in paesi
lontani dall’Inghilterra e dalla capitale scozzese. Infatti, il maggior numero di pubblicazioni
scozzesi le troviamo in Francia e Germania dove la tradizione degli autori scozzesi è stata
quanto mai feconda. Da ciò deriva che l’Illuminismo scozzese ebbe una grande influenza
sul pensiero e la cultura europea, come nel Romanticismo tedesco o nella filosofia
accademica francese del XIX secolo. Inoltre, con l’acquisizione della lingua inglese scritta
a seguito dell’atto di Unione del 1707 e lo sviluppo della stampa, la Scozia era pronta a
riacquisire una certa distinzione nel panorama letterario. Il giornale «Edimburgh Review»
ebbe un ruolo fondamentale nel cercare di modellare l’identità collettiva della Scozia
rivendicando e contemporaneamente stimolando la produzione di opere letterarie. Infatti, il
giornale in questione si occupò soprattutto di far acquisire una coscienza dell’identità
nazionale e delle aspirazioni di gran parte degli intellettuali che oggi sono associati
all’Illuminismo scozzese. La visione consisteva nella consapevolezza che le condizioni
politiche, economiche, linguistiche, culturali e tecnologiche erano finalmente pronte per
una stampa acculturata e moderna dei letterati scozzesi. La seconda conseguenza della
decadenza del Licensing Act fu quella di minacciare il sistema vigente dei diritti d’autore
che era il perno del potere dei librai londinesi. Una certa confusione legale a riguardo
(risolta poi nel 1774 col diritto d’autore perpetuo) danneggiò poco o nulla l’interesse
consolidato dei librai perché da anni, allo scopo di proteggersi, essi avevano sviluppato
pratiche commerciali restrittive. I diritti d’autore venivano venduti, ma soltanto in aste alle
quali erano ammessi ad assistere solamente i membri della corporazione londinese.
La crisi definitiva del sistema inglese di controllo preventivo sulla stampa non fu legata da
un rapporto causa ed effetto al cambiamento dinastico avvenuto nell’autunno del 1688 con
la salita al trono di Guglielmo d’Orange e l’avvio di un governo irreversibilmente
parlamentare nei primi anni il sovrano cercò con uno sforzo immane di mantenere un
controllo stretto sulla stampa. Uno degli ultimi censori, Edmund Bohun, era consapevole
del difficile ruolo che toccava al censore nel clima della restaurazione Stuart e dei primi
anni Novanta, 41lacerati come erano da inimicizie personali e profonde divisioni
ideologiche.
Nel 1709 fu promulgato lo Statute of Anne, che creò la nozione moderna di copyright e il
principio della proprietà letteraria da parte degli autori. Limitando la durata della proprietà
dei testi da parte degli stampatori raccolti nella Stationers’ Company a quattordici anni, rinnovabili una volta per gli autori viventi e a ventuno per i libri
già in stampa, il parlamento interruppe la pratica di considerare il testo proprietà perenne
dello stampatore che lo aveva acquistato e creò un diritto d’autore a reclamare il testo
come propria creazione. Al tempo stesso creò un legame stretto di responsabilità
dell’autore verso dell’autore verso il testo, la sua funzione e i suoi usi, che poteva ritorcersi contro la sua autonomia42Fu il pronunciamento contro i diritti d’autore perpetui del 1774,
già sopra citato, a togliere il controllo del commercio da parte dei librai di Londra. Essi
continuarono a usare pratiche restrittive nel tentativo di mantenere un controllo editoriale.
A fine Settecento tuttavia i librai irlandesi ma soprattutto scozzesi, sostenuti dai rivenditori
commerciali, furono sufficientemente forti da sfidare il monopolio dei colleghi londinesi
facenti parte della Stationer’s Company, praticare prezzi più bassi e aprire una breccia nel
commercio.
Un libraio di Edimburgo, Alexander Donaldson, che si era arricchito esportando edizioni
scozzesi in Inghilterra, decise di affrontare la corporazione dei librai della capitale nel
modo più provocatorio possibile: nel 1763 aprì a Londra una sua libreria doveva vendette
le sue edizioni scozzesi con un taglio dei prezzi tra il 30 e il 50 per cento rispetto ai suoi
rivali. Questa provocazione non poté essere ignorata e l’editore scozzese Andrew Millar,
uno dei più potenti librai di Londra, portò Donaldson in tribunale ( questa fu una delle
varie azioni che Millar fece per proteggere soprattutto una delle sue proprietà più preziose,
il molto popolare poema in rima sciolta The Seasons di Jamese Thomson., di cui aveva
acquistato i diritti d’autore molti anni prima per più di 300 sterline. Millar era una fugura
importante nel consorzio dei librai che aveva pubblicato il Dictionary di Johnson ed era
stata sua l’iniziativa principale che stava dietro a,,a History of England di David Hume.).
L’argomentazione contro i diritti di proprietà dei librai sosteneva che un accesso generale
alle idee fatte circolare liberamente incoraggiava il progresso, una tesi formulata in Scozia
con Adam Smith a favore del libero mercato. A parere degli scozzesi la competizione
giovava a una letteratura migliore ed era un bene anche per i lettori, come fece notare
Lord Kames, uno dei maggiori esponenti dell’Illuminismo scozzese, il diritto d’autore
perpetuo farebbe aumentare il prezzo dei buoni libri al di là delle possibilità dei comuni
lettori; il loro acquisto sarebbe stato limitato solo ai ricchi che comprano per vanità. Gli
economisti politici scozzesi e i loro seguaci credevano che la proprietà acquistasse valore
attraverso la sua circolazione e il suo scambio in un sistema di mercato. L’applicazione di
queste idee non fece altro che rafforzare l’argomento contro i librai monopolisti che si
arricchivano a spese della nazione e fece concentrare l’attenzione pubblica su un sistema
letterario piuttosto che su singole opere. Il mercato editoriale scozzese divenne molto
competitivo e potente. Molto problematici erano soprattutto i librai scozzesi di Edimburgo
come Charles Elliot che commerciava con le principali librerie di Londra, ma addirittura
esportava ristampe irlandesi e aveva dato consigli ai librai irlandesi riguardo al
contrabbando delle ristampe.
La fine del diritto d’autore perpetuo aiutò a chiarire l’idea di una tradizione nazionale e creò
un contesto commerciale nel quale essa potesse essere realizzata. La lunga battaglia sui
diritti della proprietà letteraria conferma la crescente potenzialità di questo mercato. La
ristampa di titoli già pubblicati a prezzi più economici a partire dalla metà del XVIII secolo
(e molti provenivano proprio dalle stamperie scozzesi) creò una nuova domanda e ciò
permise sicuramente lo sviluppo della provincia del regno.

Ester Raccampo

Nell’immagine: D. George Thompson Una serata letteraria presso Sir Joshua Reynolds, 1781 – Original owned by Mary Hyde and part of the Hyde Collection in Someville

Bibliografia:
R.B. Sher, The Enlightenment and the book. Scottish Authors and Their Publishers
in Eighteenth-Century Britain, Ireland and America, the University Chicago Press,
Chicago-Londra, 2006

J. Brewer, I piaceri dell’immaginazione- La cultura inglese nel Settecento, Roma,
Carocci Editore, 2005

E. Tortarolo, L’invenzione della libertà di stampa. Censura e scrittori nel Settecento,
Carocci, Roma, 2011

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